What Could Have Been: la storia di Brandon Roy

Capitolo 1

SEATTLE

Questa è una storia fatta di condizionali.

Una storia incompleta, di quelle che sembrano tristi e sicuramente lo sono, ma proprio per questa incompiutezza finiscono per diventare eroiche, per acquisire una patina di mito che consegna il proprio protagonista alla leggenda.

Questa è la storia di Brandon Roy, uno dei più grandi What could have been del mondo NBA.

 

Per raccontarla facciamo come i bravi storici, partiamo da due cose: l’anno in cui Brandon nasce e la città in cui lo fa.

L’anno è il 1984.

E’ il momento del liberismo sfrenato e, in Italia, della Milano da bere. Il presidente degli Stati Uniti, non a caso, è Ronald Reagan, mentre quello inglese Margaret Thatcher.

Ci sono le olimpiadi, a Los Angeles, ma sono delle olimpiadi a metà. Il blocco comunista non si presenta, replicando quello che era accaduto con Mosca 4 anni prima.

La guerra fredda, evidentemente, non è ancora finita, ma in realtà tutti hanno ormai capito che a vincere sarà il capitalismo occidentale.

A gennaio, poi, è uscito il primo mcintosh, al cinema si va a guardare C’era una volta in America, Ghostbuster o terminator, il primo. Mentre in cima alla classifica dei brani più ascoltati c’è Dancing in the dark, del boss: Bruce springsteen.

By Time.com

Già, la musica.

Brandon, il protagonista della nostra storia, nasce e cresce in quella che, dal punto di vista musicale, è sempre stata una città fiorente, nel 1942, ad esempio, ha dato i natali ad un tizio che con la chitarra se la cavava benino: Jimi Hendrix. In quel momento però, siamo, ricordiamolo, a metà degli anni ’80, è la città più in fermento, non degli Stati Uniti, proprio del mondo intero: è Seattle.

Seattle, nello stato di Washington, all’estremo nord ovest del paese, fondata lì dai pionieri che si spostavano dall’est all’ovest come punto di appoggio per poi andare in Alaska a cercare l’oro.

Seattle è soprannominata da sempre Rain City, la città piovosa. E non è un caso se proprio nella città piovosa nascerà, in quegli anni, il genere musicale più cupo ed ossessivo di sempre: Il grunge. chiamato anche, per l’appunto, Seattle sound.

 

E’ un suono fatto di chitarre distorte che ripetono a loop gli stessi accordi, i musicisti grunge, infatti, non sono famosi per la competenza tecnica, quanto per quello che esprimono con i loro testi.

La loro voce bassa e cupa esplode in ritornelli urlati ed arrabbiati, che parlano del male di vivere e del rifiuto di ciò che la società americana sta diventando.

Seattle infatti, oltre che la città in fermento, la città rivoluzionaria, è anche la città dell’eroina e tra anni ’80 ed anni ’90 ci sarà il boom delle morti per overdose.

Gli stessi leader dei gruppi grunge vivono il disagio che raccontano nelle loro canzoni, lo urlano con rabbia, ma non riescono a sconfiggerlo. Kurt Cobain dei Nirvana morirà suicida nel 1994, Layne Staley degli Alice in Chains di overdose nel 2002 e Chris Cornell dei Soundgarden sempre suicida, nel 2017.

Oltre alla musica l’altra grande passione della città è il basket. Con la Seattle University gioca, negli anni ’50, Elgin Baylor, che chiude la carriera universitaria a 31 punti di media e che, da professionista, giocherà con i Los Angeles Lakers, chiudendo la carriera, sì, l’intera carriera, a quasi 28 punti di media, il quarto di tutti i tempi, ed ancora il tiro da 3 non esisteva. Secondo me è, in assoluto, la migliore l’ala piccola nella storia del gioco.

La squadra professionistica, invece, si chiama Seattle Supersonics, perchè a Seattle ha avuto sede, fino al 2001, la Boeing, la maggiore azienda aerea del mondo.

I Supersonics hanno avuto due momenti d’oro.

Il primo alla fine degli anni ’70, quando, prima nel ’78 arrivano in finale contro i Washington Bullets, perdendo in 7 partite dopo essere stati avanti 3 a 2,  poi, l’anno dopo, si vendicano, vincendo il loro primo ed unico titolo, sempre contro i Bullets, in 5 partite.

L’ MVP di quella finale è Dennis Johnson, un defensive wizard, mago della difesa, come veniva chiamato, che però in quelle cinque partite segna di media 23 punti, con 6 rimbalzi, 6 assist, 2 stoppate e 2 rubate; e che poi di titoli ne vincerà altri 2, con i Boston Celtics di Larry Bird. Celtics che poi, quando smetterà di giocare, ne ritireranno la maglia, come si fa soltanto con i più grandi.

Il secondo momento d’oro Seattle invece ce l’ha negli anni ‘90.

Nel ‘93-94 hanno addirittura il miglior record del campionato, ma riescono a farsi eliminare al primo turno di playoff dai Denver Nuggets ed è la prima volta che la squadra col miglior record viene eliminata al primo turno.

La grande occasione, però, arriva comunque, nel 1996.

Le star della squadra sono due: Gary Payton, soprannominato the glove, il guanto, per la delicatezza e l’eleganza del suo tiro, e Shawn Kemp, detto the reign man: Il regnante. Sia in assonanza al soprannome della città, sia perché sotto i tabelloni c’è poco da fare, il re è lui, ha una forza fisica ed un atletismo assolutamente sconvolgenti.

I loro rivali nella finale sono però i Chicago Bulls, reduci da quella che, in quel momento, era la migliore regular season della storia: 72 vinte e 10 perse. Sono i bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman, se non la squadra più forte di sempre, beh, qualcosa che gli somiglia abbastanza.

I Bulls vanno avanti subito 3 a 0, ma poi Kemp gioca due partite assurde. La seconda è probabilmente la migliore che abbia mai giocato in carriera. E’ 3 a 2.

Gara 6 però la vincono i Bulls, Jordan ne segna 22, ma soprattutto Rodman raccoglie 19 rimbalzi, di cui 11 offensivi.

E’il quarto titolo dell’era Jordan e il primo del secondo three-peat.

Nei due anni successivi i Sonics continuano ad essere un ottima squadra, ma non riescono più a raggiungere la finale, poi, lentamente, iniziano a disgregarsi.

 

E Brandon Roy? Ci arriviamo a Brandon Roy, l’abbiamo presa larga, ma ci arriviamo.

 

capitolo 2

 

GLI INIZI

 

 

Abbiamo lasciato Brandon Roy appena nato, in una città che si divide tra passione per la musica e passione per il basket, ecco, delle due, per Brandon, la più importante è decisamente la seconda: il basket.

 

Inizia a giocare grazie all’Amateur Atlhetic Union, una di quelle associazioni, tipiche in America, che da la possibilità a tutti i ragazzi di cimentarsi in qualche sport, creando un polo di aggregazione per toglierli dalla strada, un po’ come facevano in Italia, anni addietro, gli oratori.

Il motto dell’Amateur Atlhetic, non a caso è: sports for all, forever.

Brandon però è forte e va alla high school per giocare con la Garfield, rimanendo, quindi, sempre a Seattle.

Fin da subito è superiore una spanna, due, tre… rispetto a tutti i suoi compagni di squadra e nel 2002, a soli 18 anni, sembra destinato a fare il grande salto: dalla high school all’NBA. Pratica oggi non più possibile, ma che all’epoca lo era, ed era stata, tanto per fare un esempio, l’opzione di  Kobe Bryant nel 1996.

Il giovane Brandon però torna sui suoi passi e si iscrive al college andando a giocare per 4 anni con la University of Washington: l’università del suo stato.

 

Negli anni del college Brandon gioca in modo sublime, è una guardia di 1.96 per 104 chili con questo viso un po’ paffutello ed il fisico muscoloso, certo, ma non definito come quello di molti altri giocatori. E’ però il classico esempio di apparenza che inganna, a parte che dalle sue mani escono dei tiri che sono, citando Buffa, veri e propri sonetti, e questo, va beh, ci può stare; ma è l’atletismo, la capacità di penetrare all’interno dell’area ed andare su fino a mordere il ferro, che è assolutamente sconvolgente.

Certo, la squadra non è attrezzata per competere ai livelli più alti e non vincerà il titolo collegiale, ma lui è assolutamente un all’american, e vince praticamente ogni riconoscimento individuale possibile. Nel suo ultimo anno, così, per dire, la media punti reciterà venti.

L’NBA, stavolta, è l’unica scelta possibile.

 

L’anno dell’ entrata in NBA è il 2006.

L’Italia vince i mondiali contro la Francia, momento nostalgia.

Il presidente degli stati uniti è George Bush e si sta combattendo sia in Afghanistan che in Iraq.

Sono lontani i tempi di C’era una volta in America. Stavolta nei cinema ci sono: La ricerca della felicità, the departed e 007 casinò royale, il primo con Daniel Craig.

Mentre in cima alle classifiche ci sono i Fray con How to save a life.

 

Quello di quell’anno è un draft strano, Andrea Bargnani, detto il mago, è il primo europeo ad essere chiamato con la prima scelta assoluta, anche se poi la sua carriera non sarà all’altezza delle aspettative.

Da quel draft usciranno 5 all-star e 4 di loro stanno ancora calcando i palazzetti americani. In fin dei conti, pensandoci, sono passati soltanto undici anni. Sono Lamarcus Aldridge, scelto alla 2, Rajon Rondo, alla 21, Kyle Lowry alla 24 e Paul Millsap, addirittura alla 47. Il quinto all-star sarà, ovviamente, Brandon Roy, che verrà scelto alla numero 6.

A sceglierlo sono i Minnesota Timberwolves, che però, in una serie di scambi, lo girano immediatamente ai Trailblazers.

 

I Trailblazers, i pionieri, la squadra di Portland.

Vediamo un po’: dov’è Portland? Bene, Portland è a nord dell’Oregon, e ricordate quando dicevo che Seattle è stata fondata dai pionieri che volevano andare in Alaska? Bene, Portland ha praticamente la stessa storia. Tra le due città, infatti, ci sono circa due ore e mezza di macchina, per le distanze americane possiamo dire che Brandon va a giocare praticamente a due passi da casa sua.

 

Ok, ora però occorre fare una digressione, sui Portland Trailblazers occorre fare una digressione.

Un solo titolo vinto, nel ‘77, appena due anni prima dei Sonics, ma una passione pari a quella di Seattle, se non superiore, tanto che Portland ha la più lunga striscia di partite casalinghe con il tutto esaurito sugli spalti.

Nei draft però, beh, non sempre benissimo, o meglio, non sempre fortunatissimi.

Le magagne iniziano nel 1978, quando, con la prima scelta assoluta, selezionano Tyrus Thompson (il padre del klay che sta giocando niente male in quel di Golden State), giocatore di buonissimo livello, assolutamente, peccato che alla numero 6 verrà scelto un ragazzo biondo che di nome faceva Larry e di cognome Bird, e che è passato alla storia come il bianco più forte di tutti i tempi.

Nel 1983 si rifanno, e alla 13 scelgono Clyde Drexler, lo steel of the draft di quell’anno, un all-star di livello assoluto.

L’anno successivo però avviene il disastro.

I Trailblazers possono scegliere alla numero 2 e, sfumato l’obiettivo principale: Hakeem Olajuwon, chiamato da Houston, decidono di snobbare Michael Jordan e scegliere Sam Bowie.

 

Sam Bowie: raccontata così sembra quasi una barzelletta, c’è da dire, però, che Bowie a livello collegiale era stato un autentico fenomeno, peccato solo che le ossa delle sue gambe erano fragili come il cristallo. Già da 3 stagioni Bowie aveva avuto dei problemi alla tibia sinistra e per questo motivo, prima di chiamarlo, Portland decide di farlo visitare accuratamente dai propri medici.

Lui però ha un compito: diventare professionista così da poter mantenere la propria famiglia. Per questo motivo resiste strenuamente, senza mostrare una smorfia, ai colpi che i medici gli assestano alla tibia, e alla fine vincerà lui, secondo i medici non ha nulla che non va e Portland se lo porta a casa.

Inutile dire che poi, Sam, non avrà, nonostante un indiscutibile talento, una carriera particolarmente luminosa e si ritirerà dopo aver saltato moltissime partite a causa dei problemi alla tibia.

 

Da qui arriviamo al 2006, quando oltre a Brandon Roy, i Trailblazers si accaparrano anche Lamarcus Aldridge, che abbiamo già citato. Stavolta pare che i pionieri abbiano sconfitto la maledizione del draft, la coppia Roy-Aldridge, infatti, potenzialmente può diventare illegale.

 

La prima stagione di Brandon è ottima, alla prima partita, contro, ma guarda un po’, i Seattle Supersonics, ne mette subito 20 e poi mantiene una media di 15 punti per tutta la stagione. La squadra è ancora un diamante grezzo e i playoff sono lontani, ma Brandon vince il Rookie of the Year, il premio per la miglior matricola della stagione.

La sigla di questo premio è R O Y, Roy, guarda un po’ le coincidenze…

 

Si capisce che la carriera di Brandon sta prendendo slancio, è già una delle 10, forse 5 guardie migliori della lega ed è solo al primo anno, fino a dove potrà arrivare?

 

 

HOUSTON – APRIL 30: Guard Brandon Roy #7 of the Portland Trail Blazers in Game Six of the Western Conference Quarterfinals during the 2009 NBA Playoffs at Toyota Center on April 30, 2009 in Houston, Texas. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Ronald Martinez/Getty Images)

 

 

 

 

 

 

 

WHAT COULD HAVE BEEN: LA STORIA DI BRANDON ROY

 

capitolo 3

 

5 ANNI TROPPO BREVI

 

 

“My number one goal is to win. Not to be the MVP. Not to be the All-Star. To win.”

A parlare è Brandon Roy. Molti, alla seconda stagione non rispettano le aspettative della prima, ma uno con una mentalità così no, lui è destinato a qualcosa di più, ad essere un campione.

 

Nel 2007, come non accadeva da 29 anni, Portland, al draft, può scegliere di nuovo per prima, ma ancora una volta la fortuna non sarà dalla sua parte.

Le alternative sono due: Greg Oden, roccioso centro proveniente da Ohio State, che al college ha fatto letteralmente faville, e un lungagnone con il ball handling di un playmaker, ma che gioca da ala forte: Kevin Durant.

I Trailblazers optano per il primo: Oden, che salterà tutta la prima stagione a causa di un infortunio al ginocchio e in 4 anni metterà piede in campo soltanto in 82 partite, ovvero quelle che si possono giocare in una singola annata. Kevin Durant (che nell’ultima stagione, il 2017, ha vinto il premio come migliore giocatore delle Finals) sarà invece selezionato dai Seattle Supersonics, ennesimo incrocio Seattle-Portland della nostra storia.

Piccola nota a margine: Durant sarà l’ultimo giocatore scelto dai Sonics, perché alla fine di quella stagione la squadra della rain city, della città con la passione per il basket, verrà trasferita ad Oklahoma City, per cause mai completamente chiarite e che da allora fanno gridare i cittadini di Seattle al complotto.

 

Nonostante l’ennesimo colpo di sfortuna, comunque, Portland quell’anno, grazie a Roy ed Aldridge finisce con 41 partite vinte e 41 perse, sfiorando i playoff e Brandon, al suo secondo anno tra i professionisti, viene anche scelto per l’all star game.

 

Durante l’estate del 2008, però, c’è il primo problema: Roy viene costretto ad operarsi per rimuovere dei residui di cartilagine al ginocchio, il rischio però sembra scongiurato e il nostro protagonista riesce a tornare in tempo per condurre i Blazers ai playoff, cosa che non accadeva da diversi anni, riuscendo così finalmente a cancellare il soprannome che era stato affibbiato alla squadra per i suoi pessimi risultati: Jail-Blazers.

 

Che giocatore sia in quel momento Brandon Roy voglio raccontarvelo con 2 immagini.

La prima è in una partita contro i Golden State Warriors.

C’è una rimessa in attacco per Portland. Rudy Fernandez appoggia il pallone all’altezza del ferro e Roy salta, va su, su su, finché la fronte non è quasi all’altezza del ferro, ghermisce la palla con entrambe le mani e la schiaccia a canestro con violenza ferina. Poi ricade, si gira e torna in difesa correndo.

La seconda, invece, è un finale di partita tra Portland e Houston.

A un secondo e nove dalla fine, sul punteggio di 96 pari, Brandon riceve la palla, entra dentro al pitturato, poi vira di 180 gradi tornando indietro e mettendo letteralmente a sedere due difensori, a quel punto tira e trova il fondo della retina.

Ma questo non è ancora niente.

Nell’azione successiva, infatti, Yao Ming, altro campionissimo veramente sfortunato e che meriterebbe una storia a parte, trova il canestro e il fallo, realizza il tiro libero e riporta Houston avanti di un punto, quando mancano solo otto decimi di secondo al suono della sirena.

La partita sembra finita, ma Portland ha un ultimo time-out e lo usa per avanzare la posizione della rimessa.

Roy esce dai blocchi, riceve la palla a 10 metri dal canestro e quasi di tocco, con i piedi girati dalla parte opposta rispetto al busto riesce a coordinarsi e tirare una palla dolcissima, che dopo una parabola infinita si deposita all’interno del canestro in modo così perfetto da non fare nemmeno frusciare la retina. Brandon è ormai uno dei migliori giocatori di tutta la lega.

 

Qui voglio raccontarvi un piccolo aneddoto personale, perché io in quegli anni a basket ci giocavo, e mi ricordo benissimo che all’allenamento, ma soprattutto al campetto, le canotte più gettonate non erano quelle dei soliti Iverson e Bryant e neppure quella di Lebron James. C’era la canotta bianca con le scritte arancio di Carmelo Anthony, che, probabilmente per il fatto di avere scritto davanti New York, aveva un fascino particolare, ma soprattutto ce n’erano altre tre, un po’ meno mainstream, ma proprio per questo con più hype, ti facevano sentire un intenditore e tutti avrebbero voluto averle.

Erano quella azzurra dei Washington Wizards, con il numero 0 e la scritta Arenas sulla schiena.

Quella di McGrady degli Houston Rockets e, ovviamente, quella di Brandon Roy, preferibilmente bianca, nonostante io sia sempre stato innamorato dell’altra, quella nera con le bande bianca e rossa.

Gilbert Arenas, Tracy McGrady e Brandon Roy. 3 giocatori fenomenali accomunati da un destino simile, anche se, mentre il primo deve più che altro maledire la propria testa, gli altri due devono maledire le proprie ginocchia.

 

Sì, perchè Brandon può essere due cose: l’esemplificazione del fatto che Emil Zola si sbagliasse e che il contesto in cui si vive non conti niente. Oppure l’esatto opposto, la dimostrazione che il contesto è così importante da diventare parte di te, inserirsi nel tuo DNA e manipolarti senza che tu lo sappia e, soprattutto, lo voglia.

Roy, infatti, lo sappiamo, è nato nella città del grunge, che è stato un fuoco autodistruttivo esauritosi in modo velocissimo. A Brandon accadrà esattamente lo stesso, nonostante una mentalità che definire solida sarebbe un eufemismo.

Sì, perchè i problemi al ginocchio non sono risolti e finiscono prima per rallentarne e poi per stroncarne la carriera.

Nel 2009/2010 deve saltare 17 partite mentre l’anno successivo addirittura 35. Il ginocchio ormai non tiene più.

L’ultima sinfonia la suona in gara 4 dei playoff 2011, contro i Dallas Mavericks che poi vinceranno il titolo.

Portland è sotto di 18 punti all’inizio dell’ultimo quarto, ma Roy prende per mano i compagni, e, dopo aver rimontato, segna il canestro della vittoria in isolamento, al centro dell’area, scherzando in uno contro uno contro Shawn Marion, in quel momento sicuramente tra i 3 migliori difensori della lega.

 

Quell’estate però il ragazzo di Seattle si sottopone all’ennesima operazione ed annuncia il ritiro. Proverà a tornare l’anno successivo, con i Minnesota Timberwolves, proprio la squdra che 6 anni prima lo aveva scelto e poi scambiato, ma riesce a giocare soltanto 5 partite, poi deve di nuovo dire basta, stavolta definitivamente. 

 

L’abbiamo detto, questa è una storia fatta di condizionali. Brandon Roy si ritira all’età di 28 anni. La sua carriera è durata 5 stagioni, nelle quali ha vinto il rookie of the year ed è stato convocato per l’all star game 3 volte, mai nessuno nella storia ha vinto così tanti riconoscimenti in una carriera così breve. Ha segnato un career high di 52 punti e si è preso l’ultimo tiro della partita più di 20 volte. Proprio perché era già così forte una domanda sorge spontanea: cosa sarebbe potuto diventare? Sicuramente un all of famer, su questo non ci piove. Quasi sicuramente, però, Brandon avrebbe potuto gareggiare con Bryant per il ruolo di miglior giocatore del decennio 2000-2010. E magari, col tempo, insieme ad Aldridge e Lillard (che verrà scelto poco dopo il suo ritiro) avrebbe potuto portare i Trailblazers sempre più in alto e anche, perché no, mettersi all’indice un anello.

In fondo, come diceva lui stesso, il suo obiettivo principale non era diventare MVP o essere un all-star, ma vincere, solo e soltanto vincere.

 

Se ho un rimpianto, oltre a non aver mai visto giocare dal vivo George Best, o assistito ad un concerto di Clifford Brown, è proprio questo: quello di non aver potuto vedere cosa Brandon sarebbe diventato.

Ci sono storie, però, che devono finire così e che, l’abbiamo detto all’inizio del nostro viaggio, consegnano il protagonista alla leggenda, perché lo sfortunato, soprattutto se dotato di un enorme talento, ci piace, ci sta simpatico, sicuramente più simpatico del campione senza macchia, che non versa una lacrima e sembra bionico. Proprio per questo, per chi lo ha vissuto in quei 5 anni, Brandon è il più simpatico di tutti, perché è stato il più divino tra gli umani; il più umano tra i divini.

 

 

 

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