Toni Servillo, la rivincita del teatro.

Cari lettori,

diversamente da quanto mi capita di solito, oggi vorrei raccontarvi qualcosa che esula dal discorso musicale, ma che comunque credo possa suscitare un qualche interesse: il mio incontro con Toni Servillo.

Attore pluripremiato dalla lunga carriera teatrale, prestato con grande successo al cinema, Marco Antonio Servillo è un volto, un nome e una voce che non ha bisogno di presentazioni per il pubblico italiano ed internazionale. Coronato agli allori della critica cinematografica grazie al film “La Grande Bellezza”, vincitore del premio Oscar come “Miglior film straniero” nel 2013, il protagonista in realtà vanta una lunga collaborazione con il regista Paolo Sorrentino con una serie di film molto apprezzati (citiamo solo “Le conseguenze dell’amore” e “Il Divo”), oltre ad altre grandi apparizioni in produzioni italiane quali “Gomorra” di Matteo Garrone (ancora protagonista), “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli e “Viva la libertà” di Roberto Andò.

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Domenica 28 maggio Servillo ha recitato nel Teatro Comunale di Anghiari portando in scena lo spettacolo “Toni Servillo legge Napoli”, nel quale l’attore, unico presente sul palco, legge una selezione di testi della sua terra di origine, volti a raccontare il mondo, il pensiero e la tradizione partenopea. Così espressa, la sintesi dello spettacolo non è assolutamente esaustiva del suo reale valore: da spettatore in prima fila posso raccontare di quanto la forza espressiva dello spettacolo fosse tanto nei testi quanto, se non più, nell’interpretazione del lettore. Servillo seleziona dei componimenti poetici di autori contemporanei originari di Napoli e dintorni, disponendoli durante la messa in scena, a suo dire, “come un viaggio dantesco al contrario”, ovvero partendo dal Paradiso, passando al Purgatorio per poi così giungere all’Inferno. Lo spettacolo inizia con la lettura di testi comico-ironici che vedono scontrarsi personaggi ordinari con gli abitanti del paradiso: santi, angeli e membri della Sacra Famiglia, con risvolti sovente esilaranti. Si prosegue tornando sulla terra con lunghe imprecazioni folkloristiche recitate con grande classe e con storie sempre più legate ai drammi odierni (le morti bianche, la perdita di un figlio) e sempre più strettamente connesse con l’attualità. La conclusione ideale dello spettacolo (SPOILER ALERT) è: “‘A Livella” di Totò. Servillo, da bravo conoscitore del pubblico, ha detto:

Mi piace concludere lo spettacolo in questo modo, però poi succede sempre che io saluto, esco, il pubblico chiede il bis, grida “Ancora! Ancora!” e poi c’è sempre quella suspence tipo “esco/non esco”… Sentite, facciamo che ve li leggo tutti subito, d’accordo?

Risate generali.

Quanto non si riesce ad evincere dalla narrazione dell’evento sono due fattori particolari: il primo è il grande rispetto che Servillo nutre per i suoi colleghi e collaboratori teatranti e drammaturghi, in quanto, pur essendo molti di essi sconosciuti al grande pubblico, sono essi stessi gli autori dei testi portati in scena. Il secondo, e a mio avviso ancora più importante, è il gigantesco e straordinario talento recitativo di Servillo stesso. Sembra una banalità, me ne rendo conto, ma il fatto è che a mio avviso l’esperienza di trasporto e stupore suscitata dall’attore in teatro, che egli considera il suo habitat naturale, supera perfino i più coinvolgenti momenti nei suoi film al cinema. Chiaramente un spettacolo interamente in dialetto napoletano (che per chi non lo parla è praticamente come vedere Molière in francese) non può essere compreso fin nei minimi dettagli nel suo contenuto testuale o nelle sfumature di significato che certe parole assumono nel contesto originario, ma nonostante questo l’interpretazione dell’attore, privo di qualsiasi sottofondo musicale e scenografia, solo, in piedi sul palco con un leggìo, una sedia e una luce da lettura, risulta coinvolgente, efficace e commovente, con un uso dei tempi e dell’intonazione che drammatizzano perfettamente il testo, che come dice il protagonista:

Nasce per esistere come testo recitato. Vive ed è realmente compiuto solo quando è in atto.

tenendo il pubblico incantato per oltre 90 minuti.

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Allo spettacolo, unanimemente applaudito da tutto il pubblico, è seguita il giorno successivo, una lunga intervista pubblica nella sala consigliare del comune di Anghiari, dove Servillo, presentato da Andrea Merendelli, curatore della stagione teatrale, ha risposto alle domande postegli dal critico teatrale Gianfranco Capitta sulla sua professione di attore, sul significato dello spettacolo, del teatro in generale e sulla sua carriera cinematografica, dimostrando straordinaria cultura, garbo e onesta intellettuale, ammettendo fin da principio di essere “un attore di teatro prestato al cinema”, di non provenire da alcuna accademia, di non essere interessato ad una carriera da sceneggiatore o regista, in quanto “assolutamente non all’altezza del ruolo, non ho mai scritto più di tre righe in vita mia”.

La lezione più bella che l’attore ha lasciato a tutti gli spettatori dell’intervista, a mio avviso, è contenuta in un aneddoto bellissimo, con il quale chiudo l’articolo, che questi ha raccontato. Alla domanda sul perché avesse deciso di venire ad Anghiari, Servillo ha risposto:

Perché in quanto attore recitare è il mio mestiere e non c’è grande differenza da un teatro a un altro. Con la mia compagnia teatrale l’anno scorso ci siamo salutati al Lincoln di New York e ci siamo ritrovati al teatro comunale di Campobasso. Questo spettacolo cui avete assistito ieri sera l’ho portato anche a Parigi, perché per noi l’importante è recitare e non mi dispiace di farlo nei piccoli teatri

Un saluto a tutti, Nicolò Guelfi.

 

 

 

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About Nicolò Guelfi

Sono uno studente di filosofia presso l'Università degli studi di Siena. Mi sono diplomato presso il liceo scientifico "Città di Piero" di Sansepolcro (AR). Appassionato ascoltatore e musicista, spero di poter mettere al servizio dei lettori la mia personale esperienza per aiutare tutti ad approfondire e divulgare la conoscenza della musica "di qualità", perché, parafrasando Oscar Wilde, non ha senso operare altre discriminazioni se non quella tra "musica fatta bene" e "musica fatta male".

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