Sonny Liston: The Big Bad Bear

Capitolo 1

L’AMERICA

“Un incontro di pugilato è simile ad un film western: c’è un buono ed un cattivo; e ci sono delle persone che pagano per vedere il buono sconfiggere il cattivo”.
A dire questa cosa è stato “il cattivo” per antonomasia. Il pugile più odiato di tutti i tempi, quello che il pubblico voleva sempre vedere al tappeto sconfitto dal buono, pubblico che, però, al contrario dei western, rimaneva immancabilmente deluso.
Perchè il protagonista della nostra storia è “the big bad bear” il grande orso cattivo, va bene, ma è anche, soprattutto, uno dei pugili più grandi di tutti i tempi: Sonny Liston.

Charles “Sonny” Liston nasce negli Stati Uniti, probabilmente in Arkansas, all’inizio degli anni ’30.
Luogo e data precisi però sono in realtà avvolti dal mistero, così come il suo vero nome (Sonny è il soprannome che lui stesso si darà anni dopo).
A quanto pare, per suo padre, mezzadro in una piantagione di cotone, nato schiavo, registrare i suoi oltre venti figli non era così importante come farli lavorare nei campi.

Ok, fermiamoci.
In tre righe abbiamo condensato una serie di key words che ci possono tornare utili, perchè come sempre, prima di cominciare, dobbiamo cercare di capire dove si svolge la nostra storia e cosa sta succedendo in quel posto.
Bene, siamo negli Stati Uniti, intorno agli anni ’30. E’ il momento della grande depressione e del “noble experiment”: il proibizionismo. E’ il momento dei gangster, di Al capone e di Lucky Luciano che contrabbano alcolici diventando miliardari, ed il momento in cui la polizia fa spettacolo: distrugge a mazzate i barili d’alcool davanti a torme di fotografi, oppure spara  in modo sensazionalistico sui camion che trasportano i barili di whiskey, ma a conti fatti non riesce a scalfire il traffico illegale. Nei locali poi, insieme all’alcool di contrabbando, c’è un nuovo tipo di musica, sincopato ed improvvisato: il jazz.

Il presidente è Herbert Hoover, che per risolvere i problemi legati al proibizionismo non fa assolutamente nulla, mentre per uscire dalla crisi cerca di finanziare le banche e le industrie, non tenendo conto del fatto che il tenore di vita della gente si stia abbassando sempre di più.

Forse, però, possiamo essere più precisi.
Non siamo soltanto negli Stati Uniti. Siamo in Arkansas, lo abbiamo detto, quindi siamo a sud degli Stati Uniti.
Essere a sud degli Stati Uniti significa che in giro devono vedersi ancora diverse bandiere confederate, quelle rosse con la croce di Sant’Andrea blu e le stelline. La guerra di secessione infatti è finita nel 1865, ma negli anni ’30 gli strascichi sono ancora forti e l’Arkansas era uno di quegli undici stati che la guerra l’avevano persa.

Sulla guerra di secessione bisogna fermarsi ancora un’altro po’, e fare una precisazione.
In Italia praticamente non si studia, né alle superiori e nemmeno in un corso di storia universitario che non si chiami “storia americana”. L’unica cosa che si conosce è la favoletta dei sudisti schiavisti e cattivi, dei nordisti buonissimi e di Sant’Abramo Lincoln. Ecco, un favoletta, nient’altro.
Le differenze tra nord e sud, in primis, erano enormi in ambito economico. Il sud era liberoscambista, mentre il nord protezionista.

In parole povere, l’alta borghesia del nord, riducendo il sistema di import-export, stava cercando di tagliare fuori dal “governo economico” del paese i latifondisti del sud, che reagirono uscendo dal congresso e dichiarandosi indipendenti. La motivazione che addussero fu il fatto che a Washington si fossero presi più libertà di decisione, di quanta non ne sancisse la costituzione; ed andando a vedere bene, si può affermare che il discorso non era così sbagliato.
La stessa abolizione della schiavitù era un tentativo di togliere ai latifondisti il principale bene mobile: la manodopera per le loro sterminate piantagioni.
Non sto assolutamente difendendo la schiavitù, credo però sia importante capire che quello di Lincoln e degli altri unionisti sia stato un calcolo di natura utilitaristica, non un vero riconoscimento dei diritti civili. Volendo essere franchi e dicendola con Malcolm X “a Lincoln, quando era vivo, noi (i neri) non piacevamo per niente.

In america quindi si abolirà lo schiavismo, ma rimarrà la segregazione.
Il nome e il succo del principio: “separate but equal”, fa quasi sorridere, se non si pensa che verrà abolito, de facto, soltanto negli anni ’60.
Il “separate but equal” sanciva che a bianchi e neri dovessero essere forniti servizi distinti, anche se, in teoria (e solo e soltanto in teoria), di uguale qualità.
Nacuqero dunque le cosiddette leggi Jim Crow, dal nome del protagonista nero e sciancato di una famosa canzonetta, che istituivano la creazione di  bagni, scuole, espedali, posti in autobus… distinti tra white e colored.

La segregazione rimarrà per molti anni anche nello sport. I neri o praticano sport minori, come ad esempio il calcio, o giocano tra di loro, senza mischiarsi con i bianchi, celebre, da questo punto di vista, il caso della Negro League di baseball, dissoltasi soltanto negli anni ’60.
C’è uno sport però, ancora prima di Jesse Owens e dell’atletica leggera, in cui mantenere la segregazione sarà molto difficile. E’ la noble art: il pugilato.

Non è una casualità. Il pugilato è uno sport nobile, ha alle spalle una storia millenaria, ma è anche lo sport in cui il confronto con l’avversario è più diretto. In fin dei conti c’è bisogno di grande tecnica e di allenamento, certo, ma lo scopo è semplice: dare pugni ed incassare pugni.
Quale sport migliore per il fisico dei neri, forgiato dal lavoro nei campi? Quale migliore possibilità di rivincita nei confronti dei bianchi?
Jack Johnson, figlio di uno schiavo, diventerà infatti nel 1907 il primo campione del mondo nero nella storia dello sport americano.
Non che i bianchi gli renderanno la vita facile. Nel 1910, verrà infatti organizzato il “match del secolo” dove l’enstablishment bianca convinse Jeffries, ex campione del mondo ritiratosi imbattutto, a tornare, per poter dare al nero ciò che si meritava. Inutile dire che, nonostante le pressioni, Jack vinse l’incontro, costringendo “la grande speranza bianca” a ritirarsi nel corso della quindicesima ripresa.
Jack Johnson, quindi, è stato un campione del mondo, ma pur diventando una celebrità non riuscirà mai a farsi accettare dai bianchi e finirà addirittura in galera per aver violato la “Mann law”, la legge che proibiva ad un nero di portare una donna bianca oltre i confini dello stato.
La stessa morte di Jack è emblematica, morirà infatti nel 1946 in un ospedale per soli neri, a causa di un incidente automobilistico, guidando, infuriato, dopo che un ristorante non gli aveva servito il pranzo per via della sua razza.

Il primo “nero buono” nella storia del pugilato, sarà il successore di Johnson: Joe Louis.
Buono perchè manterrà un profilo basso e non dirà mai nulla, finchè in attività, a favore delle minoranze, parteciperà alla seconda mondiale, e, soprattutto, nel 1938 sconfiggerà, in un incontro valido per il titolo mondiale, Max Schmeling, pugile tedesco.
E si sa, come diranno anni dopo Smith e Carlos, “quando i neri vincono hanno vinto gli americani, quando perdono hanno perso i negri”.
Joe Louis sarà poi grande amico del protagonista della nostra storia, di Sonny Liston.

Sonny Liston, torniamo un attimo a lui. Abbiamo detto che della sua infanzia non si sa nulla perchè il padre non aveva registrato la sua nascita. Ecco, una cosa in realtà la sappiamo. Suo padre lo picchiava, molto e forte. Tanto che quando Sonny morirà, il medico chiedendo a cosa fossero dovute le cicatrici che aveva notato sulla schiena, otterrà come risposta: “alle scudisciate di suo padre”.

Quelle botte e quelle cicatrici Sonny se le porterà dietro per tutta la vita, e saranno l’unico ricordo che avrà del genitore.
Ecco cosa è Sonny Liston. E’ un nero del sud, in un paese segregato e con un padre violento. Sicuramente tutte cose che contribuiranno a renderlo l’uomo che poi sarà.

 

Capitolo 2

DAL CARCERE AL TITOLO MONDIALE

Il contratto da mezzadro del padre di Sonny prevedeva che al padrone andassero i 3/4 del raccolto e a lui il resto. Subito dopo la seconda guerra mondiale, però, il raccolto diminuisce e le condizioni della famiglia peggiorano sempre più. Venti bocche da sfamare sono tante, troppe, e “big Hela” la madre di Sonny, un donnone di oltre novanta chili, decide di affrontare la situazione, prende sei figli e si trasferisce a St.Louis, in Missouri.

Sonny ha all’incirca 17 anni, è stanco del lavoro nei campi e delle botte del padre, decide quindi di seguirla.

Il Missouri è subito a nord dell’Arkansas, ma durante la guerra di secessione era rimasto a fianco dell’unione. Non che cambi poi granchè, il razzismo è forte anche lì, così come è altissima la popolazione di colore discendente da ex-schiavi.

St. Louis è la città più importante dello stato, e come succede spesso con le città del midwest, è crocevia di popoli ed etnie. E come tutti i luoghi in cui tradizioni diverse si incontrano, queste finiscono per fondersi e creare qualcosa di nuovo. Chuck Berry, ad esempio, fonderà insieme la musica bianca e quella nera, inventando il rock’n roll. Miles Davis invece perfeziona il cool jazz, il jazz che piace anche ai bianchi.

A Sonny la musica piace. La sua canzone preferita, quella che lo accompagnerà per tutta la vita, e che voleva sempre ascoltare prima di ogni incontro, è Night Train, del sassofonista Jimmy Forest.

Aldilà di questa fascinazione per la musica in Sonny, comunque, St. Louis ed il suo incontro di etnie non porta a nessuna rivoluzione.

Abita con la madre e i fratelli in un quartiere malfamato ai confini tra la zona afroamericana e quella italiana. La madre lavora in una fabbrica di scarpe, ma i soldi non sono mai abbastanza. Sonny si convince che l’unica strada possibile è quella della malavita.

Aiutato da un fisico che è già molto imponente (1.86 per più di 90 chili), mette su una banda sgangherata formata da lui ed altri due ragazzi del ghetto.

La loro carriera dura poco. Alla loro terza o quarta rapina, allo “Unique Cafè”, un testimone ne fornisce un identikit.

I due complici vengono identificati come “negro 1” e “negro 2”, ma Sonny se ne va in giro con una camicia gialla, sgargiante, sempre la stessa e i poliziotti sanno esattamente dove andarlo a prendere.

E’ il 1950 e Liston finisce in carcere, condannato a 2 anni e 5 mesi.

Sarà, se vogliamo, la sua fortuna.

Sonny in carcere si comporta da duro, non si piega di fronte a nessuno, soprattutto non di fronte ai bianchi, e viene spesso coinvolto in risse. In una di queste manda alcuni bianchi in infermeria e, se non fosse per l’intervento di Padre Edward B. Schlattmann, si prenderebbe diversi giorni di isolamento.

Ma chi è Padre Schlattmann? E’ il cappellano della prigione, ma è anche, soprattutto, colui che gestisce la palestra. Il suo sport preferito, nemmeno a dirlo, è il pugilato.

Si è accorto che Sonny ha una corporatura massiccia, con il collo taurino e i muscoli corti, non da cento colpi al minuto, ma che sprigionano una forza devastante. Picchia fortissimo, incassa bene ed ha delle mani enormi: 39 centimetri di diametro, tanto che i suoi primi guantoni dovranno essere costruiti su misura, perchè di grandi in quel modo non ne esistevano. Schlattmann se ne innamora, decide di allenarlo e vedere se l’apparenza lo ha ingannato oppure no.

Ricordate quando la settimana scorsa dissi che Brandon Roy era il tipico esempio di apparenza che inganna? Ecco, Sonny Liston è il perfetto contrario: è grande, grosso, con dei pugni enormi, e sa come usare la sua forza.

Padre Alois Stevens, aiutante di Schlattmann, dirà di lui: Sonny era il più perfetto esemplare di pugile che avessi mai visto. Braccia potenti, spalle grandi. Aveva rapidamente messo KO tutti i pugili della nostra palestra.

All’interno del carcere nessuno vuole più battersi con lui e viene così organizzato un incontro contro  Thurman Wilson, un buon pugile professionista, che se ne va, malconcio, dopo soltanto 4 riprese.

Il manager di Thurman Wilson è Maureen Harrison, già manager di Joe Louis (bello come le nostre storie si intreccino sempre). Assiste all’incontro ad occhi spalancati, ed alla fine, quando il suo pugile va al tappeto, capisce che Sonny non può restare là dentro, deve uscire e diventare un professionista.

Nell’America di quegli anni, far uscire un uomo dal carcere non è una faccenda impossibile. Harrison conosce molto bene tale Frank Mitchell, proprietario del maggior giornale di St. Louis; Mitchell a sua volta ha contatti con la mafia italo-americana di Frankie Carbo.

A Carbo il pugilato piace tantissimo, e il pugilato è anche, attraverso le scommesse, un budget molto redditizio. Carbo decide così di puntare su Liston.

Una campagna stampa sul giornale di Mitchell, un po’ di sana corruzione, e nel ’52 Sonny è un uomo libero, anche se diventerà noto, da qui alla fine dei suoi giorni, ed ancora oggi, come: il pugile della mafia.

La carriera da dilettante dura meno di un anno, nel quale vince tutto quello che c’è da vincere.

Una volta passato professionista, con Carbo come manager, le cose non cambiano assolutamente e tra il 1953 e il 1962, combatte 35 incontri, perdendone uno solo, ma soltanto perchè l’avversario, rialzatosi con un urlo dopo un atterramento, aveva suscitato il riso di Sonny, che, abbassata la guardia, aveva invece subito un colpo capace di rompergli la mascella. In mezzo a questa striscia di vittorie, nel ’57, ci infila altri nove mesi di carcere, per aver disarmato e picchiato un poliziotto.

Nonostante questo, però, Sonny è probabilmente il miglior peso massimo in circolazione. Deve assolutamente combattere per il titolo.

Il campione del mondo era, dal 1960, Floyd Patterson, che cercò in ogni modo di non combattere contro Sonny, usando come scusa il fatto che in alcuni stati Liston fosse stato inibito dalla pratica del pugilato a causa dei suoi rapporti con la mafia.

La situazione stava però diventando paradossale, Sonny, di fatto, dominava la categoria dei pesi massimi dal 1958, ma non aveva ancora ricevuto un match per il titolo.

L’empasse fu risolto addirittura dal presidente Kennedy, che durante un incontro alla casa bianca, strappò a Patterson la promessa che avrebbe sfidato Liston.

Eccolo il nostro film western. C’è il buono e c’è il cattivo.

All’angolo destro, con un peso di 85 chili, il buono: Floyd Patterson. Il nero istruito ed integrato, benvoluto da tutti ed amato dal movimento per i i diritti civili che in lui vedeva un esempio per i giovani ed un perfetto esempio di pubblicità.

All’angolo sinistro, con un peso di 99 chili, il cattivo: Sonny Liston. Il galeotto analfabeta, amico dei mafiosi. L’esemplificazione dello stereotipo razzista del negro ignorante e brutale.

Tutti tifano per il buono. Tutti vogliono vedere Liston a terra. Tutti rimarranno delusi.

L’incontro dura due minuti e sei secondi ed è un monologo nel quale al posto delle voci parlano i pugni, quelli di Sonny.

Non è un modo di dire, è proprio così. Nel video originale dell’incontro, ad ogni colpo portato da Liston, si sente distintamente il suono sordo del guantone che colpisce il corpo di Patterson. L’ultimo pugno è un gancio sinistro scagliato al volto di un Patterson già barcollante.

Al termine dell’incontro lo speaker annuncia: “nello stesso stadio in cui Joe Louis aveva lavato via gli errori di Jack Johnson, Sonny Liston ha riacceso quella fiamma di odio. Ora lo spettro di un altro nero cattivo non è più uno spettro, è reale, e il suo nome è Sonny Liston.”

Sonny Liston è campione del mondo dei pesi massimi, ma è il campione che nessuno voleva, quello che tutti odiano.

Solitamente il campione del mondo viene ricevuto alla casa bianca dal presidente. Per Sonny, però, Kennedy decise di non scomodarsi e ad accoglierlo fu il suo vice: Lyndon Johnson. Il loro incontro, se possibile, durò ancora meno di quello con Patterson. Liston ad un certo punto, rivolto all’amico che lo stava accompagnando, disse: andiamocene via da questo coglione.

Poi, più tardi commentò: non pensavo che il presidente mi facesse giocare con i suoi figli, ma nemmeno di essere trattato come un topo di fogna.

La vita di Sonny è così: è famoso, ma tutti lo odiano, è il più forte, ma tutti vorrebbero vederlo sconfitto.

 

Capitolo 3 

IL PUGNO FANTASMA E LA FINE

Sonny ha umiliato Patterson ed è diventato campione del mondo. Lo umilerà di nuovo, l’anno successivo, nella rivincita. Un match che dura 4 secondi più del primo e soltanto perchè l’avversario, prima del knockout decisivo era già finito al tappeto per 2 volte.

La popolarità del campione però rimane bassissima e si cerca qualcuno che possa scalzarlo.

Quel qualcuno arriva nel 1964 e si chiama, ancora, Cassius Clay, anche se sicuramente voi lo conoscerete meglio con il nome che si darà dopo la conversione: Mohammed Alì.

All’inizio Liston non sembra particolarmente preoccupato dal suo sfidante, lo guarda con fare bonario e partecipa addirittura alla sua festa di compleanno.

Clay invece inizia ad utilizzare una tattica di provocazioni ed intimidazioni con il fine di far innervosire Liston. Lo incontra all’aereoporto ed inizia ad insultarlo. Comincia a chiamarlo “grande orso cattivo” e si fa riprendere mentre combatte sul ring contro uno sfidante camuffato da grizzly. Si presenta addirittura sotto casa sua all’una di notte, urlandogli insulti e svegliandolo.

Liston reagisce una volta sola, ma lo fa in modo plateale. I due si incontrano in un casinò e Clay comincia, come al solito, a prenderlo in giro. Liston allora si alza dal tavolo, fa con le mani il gesto della pistola e finge di sparargli, poi invece lo colpisce con uno schiaffo, facendo fuggire il giovane sfidante terrorizzato e con la coda tra le gambe.

Nel frattempo Clay è entrato a far parte dei black muslims, i mussulmani neri, e l’incontro viene caricato da Malcolm X, (in quel momento tra i capi della setta), anche di una valenza religiosa: “il match è una moderna crociata: la croce e la mezzaluna che per la prima volta combattono sul ring per la vittoria”.

L’incontro però non sarà al livello delle attese e Liston perderà alla settima ripresa, ufficialmente ritirandosi per un infortunio alla spalla.

Ci sono però dei pesanti sospetti di combine. Alla critica parve impossibile che Liston, forse il più grande picchiatore della storia, avesse combattuto in modo così goffo e rinunciatario. L’infortunio alla spalla fu effettivamente diagnosticato dai medici il giorno successivo, ma una frase detta da Liston a suo zio: “ho fatto ciò che mi hanno detto di fare”, lascia grandi ombre su tutta la storia. E’innegabile infatti che ci fu un grande flusso di scommesso a favore di Clay, dato per sfavorito, che fruttarono molti dollari agli scommettitori.

L’incontro di rivincita venne fissato per il Maggio del 1965. Nel frattempo, però, erano successe alcune cose.

Malcolm X era stato ucciso da alcuni esponenti black muslims, la stessa casa di Mohammed Alì aveva subito un tentativo di incendio e la sede di New York dei black muslims era stata distrutta da alcune bombe.

Proprio per la paura di attentati l’incontro fu organizzato in una piccola cittadina del Maine e furono venduti poco più di 8000 biglietti, così da poter controllare una per una le persone che entravano nell’arena.

Fermiamoci un attimo, cosa sono questi black muslims e perchè tutti hanno così paura di loro?

I black muslim nascono in seno alla segregazione razziale, sono figli di quel momento storico. Alcuni neri, ad un certo punto, decidono di smetterla con la ricerca dell’integrazione ed iniziano a chiudersi in sè stessi, in una sorta di autoghettizzazione. Alcuni leader sviluppano una visione distorta della religione islamica e convincono i propri adepti del fatto che, anticamente, i neri fossero mussulmani, che i primi abitanti della terra siano stati i neri e che i bianchi furono inventati da un malvagio scienzato di nome Yakub, e che la loro razza nera, sia, quindi, superiore a tutte le altre.

Proprio per questo motivo i black muslims si opponevano all’integrazione razziale, ritenendo che i neri dovessero sviluppare una società tutta loro.

L’ideologia dei black muslims è chiaramente dettata dalla ricerca di un proprio spazio nel mondo, di una scusa per sentirsi importanti e fare parte, se non dell’intera comunità, almeno di una comunità più piccola, dentro la quale sentirsi accettati. Il suo pensiero fa, infatti, breccia molto bene all’interno dei ghetti; e nel giro di pochi anni quella dei black muslim diverrà un’istituzione ricca e potente.

Come tutte le istituzioni nate dal basso ed ingranditesi, cominciano però i problemi.

Malcolm X, la faccia pubblica del movimento, scopre che il capo: Elijah Mohammed, ha avuto dei rapporti con molte donne appartenenti ai black muslims, alcune anche minorenni. Decide quindi di rendere pubblica la storia, ma per questo motivo viene prima cacciato dalla setta e poi ucciso. Comincerà quindi il momento più oscura della storia del movimento, caratterizzato da rivolte ed omicidi.

Torniamo a Sonny Liston e Cassius Clay, che ormai è diventato Alì, e alla loro rivincita.

L’incontro termina dopo un paio di minuti e sembra una commedia di avanspettacolo. Per tutto il tempo Alì, con la guardia bassa, danza attorno a Liston che non riesce a colpirlo. Ad un certo punto Sonny, innervosito, si sbilancia in avanti per cercare un attacco e cade al suolo. Colpito da quello che è diventato celebre come: il pugno fantasma.

Almeno questo è quello che si vede a velocità naturale.

Nel filmato rallentato si nota invece che nel momento in cui Liston si sbilancia in avanti Alì lo colpisce con un destro d’incontro alla tempia destra. Anche al rallenty, però, sembra impossibile che Liston possa essere andato al tappeto a causa di un colpo del genere, sopratutto se si considera il fatto che quella sarà l’unica sconfitta per K.O della sua carriera. Sì, non era andato al tappeto nemmeno quando il suo avversario gli aveva frantumato la mascella.

Fatto stà che finisce così. Liston va giù e Alì gli si parà sopra, urlandogli di rialzarsi, e fcendo si che venga scattata una delle foto più celebri della storia della boxe. L’arbitro allontana Alì e non inizia il conteggio, dando modo a Liston di rialzarsi.

I pugili ricominciano a combattere, ma uno dei giudici fuori dal ring, fa capire all’arbitro che Liston è rimasto giù per più di dieci secondi.

Mohammed Alì ha vinto di nuovo.

 

Di ipotesi ne sono state fatte tante: un giro di scommesse dei soliti mafiosi (La vittoria di Alì era quotata molto bene, addirittura 1 a 8); il fatto che Sonny sapesse di non poter vincere quell’incontro e abbia deciso di andare giù in modo plateale; la paura di ritorsioni da parte dei black muslims. Oppure, effettivamente, come dice qualche critico pugilistico, quello di Alì era davvero un colpo perfetto.

 

Non lo sapremo mai, e Liston non ha mai fatto nulla per chiarire le idee.

Quello che è certo, invece, è che la carriera di Sonny, di fatto, finisce quel giorno.

Combatterà altri incontri, ma sempre contro pugili mediocri, è non gli verrà mai più data una chance di competere per il titolo.

Poi, il 5 Gennaio 1971, verrà ritrovato morto, in avanzato stato di decomposizione, con una siringa conficcata nel braccio.

Qua c’è un altro mistero, l’ennesimo. A prima vista può sembrare una banale morte per overdose, Liston in effetti si drogava ed era stato iniziato all’eroina addirittura dal solito Joe Louis.

C’è un però, Liston l’eroina la fumava, perchè degli aghi aveva una paura tremenda, e c’è chi è pronto a giurare che da solo, lui, non si sarebbe mai iniettato niente.

I sospetti di omicidio ci sono. Qualcuno ha parlato di un incontro che avrebbe dovuto perdere e non aveva perso, qualcun’altro del fatto che Sonny si fosse stancato di essere il pugile della mafia ed avesse intenzione di raccontare tutto ad un giornalista. Altri invece non credono a queste teorie, e al massimo, se non di overdose accidentale, parlano di suicidio.

Un’altro mistero irrisolto in una vita che ne è piena.

 

Non sappiamo quando e dove sia nato. Non sappiamo come si chiamasse. Non sappiamo quando è morto.

La sua poteva essere la più hollywoodiana delle storie, ma ha finito per diventare un b-movie.

Il ragazzo del ghetto, effettivamente, è riuscito a vincere sul ring, ma non nella vita.

E, sebbene, il suo manager dirà di lui: “non l’ho mai visto fare una cattiva azione in tutta la sua vita”, è rimasto sempre un corpo estraneo, un paria, un appestato; proprio per questo, al Paradise Memorial Gardens, sulla tomba di Charles “Sonny” Liston, uno dei più grandi pugili di ogni epoca, non c’è mai nemmeno un fiore

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