“Sette minuti dopo la mezzanotte” ovvero “I mostri che abbiamo dentro chiamano”

“Sette minuti dopo la mezzanotte” ovvero “I mostri che abbiamo dentro chiamano”

7 Gennaio 2019 Di Yuri Pennacchi

La più saggia coppia di fratelli che abbia mai conosciuto mi disse una volta: “Qualunque film migliora con un mecha”. Dopo un attimo di smarrimento mi sono accorto di non poter far altro che trovarmi d’accordo ed ammettere che in fondo è vero: pensate ad un “Il settimo sigillo” in cui la Morte ed il Cavaliere si sfidino anziché a scacchi con robot di 20 metri. O che Rosabella di Quarto Potere si scopra essere in realtà uno zord nascosto in un rifugio sotto la casa natale del piccolo Kane.


Deve averla pensata allo stesso modo anche Juan Antonio Bayona  regista spagnolo con all’attivo solo due pellicole, grandi successi commerciali e di critica non solo in patria, che ha deciso di portare nei cinema del 2016 “7 minuti dopo la mezzanotte” (titolo originale “A moster calls”) e trattare il genere dei film di formazione con tutti i temi spinosi dell’adolescenza affiancando al giovane protagonista un gigante di legno come mentore e protettore, una sorta di Groot troppo cresciuto con un vocabolario più ampio ed evoluto.

Scherzi a parte vediamo un po’ cosa ci propone questa pellicola tratta dal libro di Patrick Ness, che cura anche la sceneggiatura: in un piccolo paesino dell’Irlanda  Conor O’Malley (Lewis MacDougall) convive con la madre (Felicity Jones) continuamente malata, i bulli e gli incubi che tornano a tormentarlo ogni notte.

Lewis Mac Dougall e Felicity Jones
rispettivamente Conor e sua madre Lizzie

Con l’aggravarsi delle condizioni materne ecco che entra in scena la nonna, interpretata dalla mitica Sigourney Weaver, che coi propri modi militareschi e rigidi s’imporrà di rimettere un po’ d’ordine nella vita del nipote, costantemente in bilico tra il proprio mondo di fantasie (lecitamente dovuto ai suoi 13 anni) e la necessità di crescere troppo in fretta per affrontare un futuro grigio come il cielo perennemente nuvoloso sulle isole d’oltremanica.

Sigourney Weaver


In mezzo a tutto questo ecco comparire il Mostro (voce originale di Liam Neeson), un tasso millenario che prende la forma di colosso per apparire al povero bambino ed ammonirlo di ritornare per altre 3 volte, ad intervalli irregolari, ma sempre allo scoccare delle 12:07. Durante gli incontri racconterà delle storie da cui il ragazzino dovrà trarne una morale.

Verrà poi il tempo di una quarta visita in cui toccherà a Conor stesso il compito di narratore.

Il Mostro- Un sogno? Che cos’è un sogno Conor O’Malley?
E chi dice che non sia tutto il resto ad essere un sogno?

Saltano subito alla mente i classici della letteratura con questi rimandi (uno su tutti “Il canto di Natale” di Dickens) ma non sarebbe corretto definire questo film come una favola moderna nonostante l’immissione nella vicenda del fantastico, che vede il suo apice non tanto con la splendida rappresentazione del Mostro quanto con la realizzazione delle novelle tramite animazioni che spezzano lo stile visivo e narrativo del film. Le atmosfere sono, sì, cupe ma non cadono mai nel macabro cosicché sia il protagonista che il pubblico non si distacchino troppo dai fatti “reali” e sappiano riconoscere e valutare il legame presente fra sogno e realtà, fra coscienza e subconscio.
Verrà così ribadito che al mondo non tutto è come appare, che dare un giudizio oggettivo riguardo qualcuno è tanto difficile quanto è stupido basarsi sul pregiudizio e che la verità è una spada di Damocle non sopra le nostre teste ma conficcata a un centimetro dal cuore. Ma che non si può (né si deve) fuggire da essa.
Allo stesso modo in cui un adolescente inizia a scoprire e relazionarsi con il suo corpo, esplodono mille timori e dubbi su ciò che possa esser giusto o sbagliato riguardo ai propri pensieri e coscienze. Ciò che desideriamo e diciamo, se discorde col buon senso comune, ci può rendere dei mostri?
I pregiudizi, gli insegnamenti bigotti, le opinioni altrui sono tutti input esterni eppure in grado di scavare e deporre le proprie uova nel profondo del nostro animo. Il buon pensiero diventa uno scudo dietro il quale ci illudiamo di esser al sicuro e la morale etica e si trasforma una vergine di Norimberga che ci ferisce ogni qualvolta proviamo una sincera emozione tacciabile come scorretta dalla società. Ecco che si creano mostri dentro a noi stessi, ci fanno provare vergogna, ribrezzo e rinnegamento verso i nostri sentimenti, emozioni e desideri anche se dettati dalla più innocente volontà. Servirà evocare un mostro da fuori per contrastare questi che abbiamo dentro. Servirà un’enorme dose di coraggio per abbattere quelle dannate paure che da sempre accompagnano l’uomo nel suo cammino.


Non avventuroso e divertente come “I Goonies”, non fantastico e allegorico ai livelli di “La storia infinita” o “Nel paese delle creature selvagge” e differente anche da grandi classici come “Brekfast club” o “Stand by me” ma destinato ad entrare a pieno diritto fra i cult e i migliori film di formazione perché non solo i più piccoli possano imparare come prendere con il giusto spirito la crescita e prepararsi ad entrare nell’adolescenza e nel mondo adulto ma perché anche i più grandi possano riscoprire quella genuina sincerità che anni e anni di maturità paiono aver represso.

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