“Senza di te”: una storia d’amore, più un gatto

“Senza di te”: una storia d’amore, più un gatto

4 Febbraio 2019 0 Di Andrea Bomprezzi

Come tutte le fiabe che si rispettino, anche questa inizia con un “c’era una volta…”.

C’era una volta l’Emilia, più precisamente quella fra Reggio, Carpi e Modena.
In questo triangolo delle Bermuda italico, tra la paranoia dei CCCP e le notti insonni di Ligabue, si trova Correggio, il cui nome all’età di 14 anni mi sembrava comunque un po’ equivoco.
È proprio qui che inizia il percorso di tre ragazzi a cui molto probabilmente il nome del loro paese ha solamente fatto alzare il drive nei distorsori.

I Gazebo Penguins nascono a Correggio nel 2004 uscendo allo scoperto qualche anno dopo con un EP (“Invasion”) ed un album autoprodotto nel 2008 (“The name is not the named”), entrambi scritti in inglese.

Dovranno passare tre anni affinché la loro storia incontri la mia, come una botta in testa.
O meglio, una “legnata”.

Avete presente una scatola con la molla, di quelle con il pagliaccio dentro, che se le apri e non stai attento ti scatta in fronte lasciando più lividi che sorpresa? Bene, eccovi “Legna”,  il secondo album dei Gazebo Penguins. Uscito nel 2011 per l’umbra To Lose La Track in tiratura di 500 copie in vinile ed appositamente confezionato per il free download nei meandri del sito ufficiale della band reggiana.
A 14 anni avevo il vizio, peggiorato crescendo, di fare il talent scout della label indipendente nella mia testa. Indovinate un po’ quale album è finito nel mio famigerato mp3 nell’inverno del 2011?

Sotto il giocoso “lascia l’ascia, accetta l’accetta”  del booklet (dal jacovittiano Cocco Bill) troviamo otto brani senza esclusione di colpi, un cocktail atomico. Gli ingredienti? Un’oncia di math rock ed un bel bicchiere di post-hardcore arrabbiato, aggiustato con qualche goccia (oceanica) di nostalgia che diventerà il marchio di fabbrica degli amici pinguini.

Cover dell’album, edita dallo studio grafico “Legno” (Milano).

La mia età, in relazione alla struttura emotiva di un album come questo, non lo rendevano adatto all’ascolto. Ma io non lo sapevo ed ho premuto “play” lo stesso. Travolto da un fiume in piena. O dai i tori a Pamplona, se preferite.

Come in tutte le fiabe che si rispettino: colpo di scena.

Al civico numero tre dell’album, tra “Dettato” e “Frate Indovino” (che sembra scritta da Les Claypool in pausa caffè), alloggia “Senza di te”. Ed è come se non avessi mai dovuto ascoltare altro.

Un muro di chitarre spinte al limite per sorreggere un coro a dir poco anthemico. Una poesia urlata agli amori che si portano via più di quello che hanno lasciato, ad una parte di noi che se ne va con loro, ad un gatto che scappa di casa.

Sì, perché “Senza di te” è una storia d’amore, più un gatto.

Il testo, scritto da Jacopo Lietti (Fine Before You Came), è infatti una “illusione ottica” nella quale convivono una ragazza ed un dolce micio indipendentista. L’ho sempre immaginata come una geniale evoluzione: dalla donna-angelo dello Stilnovo a catwoman. Questa però è un’altra storia.

“Ho finalmente messo a posto la cantina/ te lo ricordi lo spavento che mi sono preso e tu invece eri serena/ del resto era solamente un topo” o ancora “ho ritrovato quel disegno in cui dormivi stesa al sole”.

La semplicità del quotidiano che si mischia con il ricordo sbiadito di una polaroid che non si è sviluppata del tutto, un’atmosfera fiabesca in collisione la schiacciante routine.

A ben otto anni di distanza mi chiedo come sia stato possibile dare una voce così netta ad un vuoto enorme come quello dell’assenza, della malinconia di una casa mezza vuota e delle cose lasciate a metà. Mi chiedo come facciano certe canzoni a conoscerci così intimamente da farci dire “hey, questa è per me”. Che poi io nemmeno ce l’ho un gatto.

Fatto sta che probabilmente quel giorno a lasciarmi fu un altro pezzo d’infanzia, facendo spazio a quello che sarebbe arrivato. Tra le responsabilità e le scelte, tra gli appartamenti da lasciare in città grandi cento volte il mio paese. Grandi, ma comunque più piccole dei miei sogni nel cassetto.

Ad otto anni di distanza mi rendo conto che, forse… ho perso un po’ d’ilarità.

AB

(In quel periodo ricordo di aver cominciato a farmi crescere la barba. Coincidenze?)

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