Santamaria, figlia del Pio

La giovane adolescenza di molti, in Valtiberina, ha fatto tappa almeno una sera in quella che non si può non considerare una piccola cattedrale del Rock a chilometri zero, vista la sua natura ecclesiastica a cui la sconsacrazione ha messo fine, dando ai pagani l’opportunità di trasformare una casa del Signore in un luogo profano di piacevolissima perdizione. Il locale in questione è il Santamaria, un tempo St. Mary, situato a Lama nel comune di San Giustino (PG) e la redazione di Koinervetti ne glorifica la tanto attesa riapertura.

Non è facile rendere l’idea di quello che potesse essere il St. Mary per ognuno dei suoi frequentatori, definirlo un semplice locale sarebbe quantomeno riduttivo. Era un luogo dove potevi trovare la musica dal vivo (e come non citare lo storico “St. Mary Live Contest” da cui sono passate così tante band) in un mondo in cui chi imbraccia uno strumento è visto come una minaccia per la quiete pubblica. Dove, anche grazie alla benedetta assenza di segnale, c’era un’aria fortissima di condivisione e amicizia tra la gente.

Meno social ma più contatto umano. Una piccola cattedrale del Rock dove a fine serata i vestiti diventavano quasi commestibili tanto si erano intrisi di birra e di odore di fritto. Un luogo dove scambiare battute con gli amici, o amici di amici, era ciò che di più prezioso si poteva portare via dal locale, tornando a casa (i più moderni diranno “ma aveva anche dei difetti”).

Questa estate, mentre eravamo impegnati con Arci Alice nell’organizzazione del “Roccolo Park Festival”, abbiamo ricevuto la lieta novella: il locale, ormai mitizzato nella memoria di tutti, riapriva i battenti dopo oltre 3 anni, tutto grazie all’opera di Matteo Pellegrini, universalmente noto a tutti come “Il Pio”. Alla sua riapertura abbiamo sentito il dovere di esserci e l’enorme aspettativa e la curiosità hanno lasciato presto posto allo stupore e alla meraviglia: il Santamaria è quello di sempre, ma non è mai stato così; è del tutto nuovo, ma ti senti comunque a casa proprio come una volta; la cura nei dettagli (e come diceva Gustave Flaubert: “Dio è nei dettagli”) è semplicemente sorprendente ed efficace, e riesce a donare quel senso di completezza che solo pochi avrebbero avuto la scaltrezza di innestare in un locale già provvisto di una sua identità, che come per miracolo è rimasta intatta.

Santamaria: gli interni

Noi non possiamo non applaudire ed omaggiare questa nuova realtà e farle i nostri migliori auguri, e in virtù della trionfante fusione di passato e futuro, oggi ci piace considerare il Santamaria come il luogo dei ricordi felici e la promessa di un futuro migliore.

Venite a visitarlo, non resterete delusi!

Un saluto dalla redazione Koinervetti.

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