SanreBoh – Perché il Festival non ci ha convinto

SanreBoh – Perché il Festival non ci ha convinto

6 Febbraio 2019 Di CoordinatoreAdmin

Accendo la TV e Renga è già partito, anche se non si nota. Canzone equalizzata coi piedi con la voce che sparisce, poi Renga alza, gorgheggia, stona e allora no, il fonico poveretto stava solo cercando di salvare il salvabile. Ma d’altra parte, lui è come il kraken: lui, ma anche Nek, ad ogni festival sembra che debbano essere presi e riscongelati, come se non vendessero abbastanza già di loro ormai, senza dover fare affidamento su Sanremo. Forse Renga campa più difficilmente, ha più bisogno di questa macchina dell’ossigeno.

Francesco Renga, copyright “Il Corriere della Sera”

Livio Cori (chi è?!) e Nino D’Angelo (riesumato per l’occasione): la canzone è brutta, oscena, antimusicale. Cori non canterebbe nemmeno malaccio, e dalla sua sicuramente ha che, se prima magari non lo conoscevano, da domani piacerà un sacco alle ragazzine, ma Nino D’Angelo è in una serata peggiore di quella in cui regalò al mondo “Gesù Cri'”. Male. Sembra che nemmeno ce la faccia. Mi dispiace davvero, ma no. Non potevano lasciarlo nella tomba?

Livio Cori e Nino D’Angelo, copyright “Il Corriere della Sera”

Nek… Ragazzi, non continuiamo a dirci che invecchia bene o stronzate simili. È evidente che sia un cyborge ce lo dice proprio la canzone: non avrebbe senso inserire lo stacco elettronico più osceno della storia se non fosse un velato messaggio volto a far capire che l’epoca dei replicanti è arrivata.

“Leonardo da Vinci, ultima cena: Gesù sposò Maria Maddalena.


Mi farò trovare pronto: l’era degli umani è finita. È stato accolto da un fiume di “Bravo!” prima di iniziare a cantare, anche perché di certo non avrebbero potuto dirlo dopo. Bfocciato su tutta la linea.

Filippo Neviani in arte “Nek”, copyright ” Il Corriere della Sera”

Arrivano gli Zen Circus e proprio non si sa cosa aspettarsi: sono notoriamente capaci di cose meravigliose e cose atroci, tant’è che stavolta decidono di rimanere nel mezzo.
Non hanno portato una buona canzone: Il testo è bello, ma che Appino sia un gran paroliere già si sa, però non prende, non alza abbastanza, non ha un ritornello. Discreta la parte coi tamburini e gli sbandieratori, ma se uno vuole lanciare quel tipo di messaggio si potrebbe essere meno criptici… Pezzo che non mi ha minimamente colpito.

The Zen Circus, copyright “Il Corriere della Sera”

Oh, finalmente il Volo: non ho bisogno di sentirli per sapere che sono i favoriti. L’operazione italiana di marketing più riuscita dai tempi della mafia in America fa esattamente quello che deve fare. Canta una canzone insulsa e banale con qualche pseudo Do di petto qua e là. Il tutto condito da outfit imbarazzanti. Pubblico, ovviamente, in visibilio.
Chi sostiene che siano rimasti legati alle proprie origini senza montarsi la testa deve aiutarci a capire da dove si vede, perché proprio non pare: sprigionano un’antipatia pazzesca, perdonabile se avessero cantato qualcosa di simpatico perlomeno, ma neanche quello. Se “Grande Amore” mi aveva fatto cagare, con questa non noto differenze. Se potevano spacciarsi per cantanti di lirica, hanno dimostrato di non essere non dico al livello di Pavarotti, ma nemmeno di Bocelli, il che lascia ben capire la veridicità del loro personaggio.

Il Volo, copyright “Il Corriere della Sera”

Diciamocelo, per avere passa sessanta anni la Bertè fisicamente si tiene bene, ciò però non toglie che vederla mentre si alza la gonna e si tocca il seno un po’ inquieta. La canzone non è brutta, è sanremese il giusto, il ritornello è orecchiabile, abbiamo di fronte una possibile sorpresa. Tuttavia, passare dalle imitazioni di Vasco ai Cranberries è la dimostrazione definitiva che la Bertè è il miglior modo di incentivare il governo a rivedere il discorso delle pensioni: altro che Quota 100, qualcuno qui non può proprio più continuare.

Loredana Bertè, copyright “Il Corriere della Sera”

Daniele Silvestri, a mani basse, il migliore della serata: in un mondo meritocratico vincerebbe lui, e viene messo addirittura in ombra da Rancore, che è riuscito a portare il rap a Sanremo come si deve. Menzione d’onore anche per la scelta di Fabio Rondanini ed Enrico Gabrielli (entrambi membri dei Calibro 35) alla batteria e come direttore d’orchestra.

Daniele Silvestri, copyright “Il Corriere della Sera”

Shade mi fa ridere perché tra i vari rapper in gara viene anch’esso oscurato da una canzone – quella di Silvestri – che, per come è stata presentata, non sembrava dovesse appartenere al genere. La ragazzina accanto beh, preferisco non commentare.

Federica Carta e Vito Ventura in arte “Shade”, copyright “Il Corriere della Sera”

Ultimo: anche qui ho finito gli insulti, non saprei cosa dirgli; la monotonia più totale. Non farò battute col nome ma…

Niccolò Moriconi in arte “Ultimo”, copyright “Il Corriere della Sera”

Paola Turci elegantissima, e sarò altrettanto elegante a limitare il mio commento a questo: la canzone non convince.

Paola Turci, copyright “Il Corriere della Sera”

Motta: mi piace che finalmente qualcuno sia coerente con sé stesso anche quando arriva sul palco di Sanremo, e faccia lo stesso schifo. Motta, mi fai cagare anche di più pensando che Nada (che adoro) duetterà con te, perché non riesco a capire cosa ci trovi di buono. Ve lo dice uno che è sempre stato innamorato perso dei cantanti stonati, che non rappresentavano le belle voci di una volta, ma te Motta hai rotto proprio il cazzo: una canzone buona, una, almeno a Sanremo, è possibile averla? Almeno al Festival sputtanati un po’, fai un po’ la troia, e invece no! No! Devi sempre fare la figa di legno d’alto bordo… Proprio non ti sopporto.

Francesco Motta, copyright “Il Corriere della Sera”

Boomdabash: nota positiva. In un Sanremo che più morto di così non si può, almeno loro danno un po’ di movimento, e lo dico a malincuore perché ho sempre visto di cattivo occhio le produzioni in stile Sud Sound System, ma va dato loro credito. Bene che siano stati messi a metà serata, giusto per provare a risvegliare il pubblico dalla massa di merda che si è dovuto sorbire in precedenza.

Boomdabash, copyright “Il Corriere della Sera”

Patty Pravo e Briga: mettetevi d’accordo; non siete neanche in sintonia a cantare la stessa canzone, era come sentire due cose totalmente separate. Tanto anche te Patty, eh? Dai forza al discorso delle pensioni iniziato con la Berté.

Patty Pravo, copyright “Il Corriere della Sera”

Un altro artista su cui puntavo di più è Simone Cristicchi, che a livello di orchestrazione del pezzo ha fatto probabilmente il miglior lavoro di tutti, ma il parlato vi si sposa male. Avrei preferito una canzone come “Meno Male“, la vena comica almeno l’avrebbe portata lui.

Simone Cristicchi, copyright “Il Corriere della Sera”

Arriva nientepopodimeno che Achille Lauro: il livello di alza signori.
Stona troppo poco, il vocoder non fa il suo lavoro come dovrebbe e questo contribuisce a far sì che la canzone faccia ancora più cagare di quanto già non mi aspettassi.
Achille Lauro è fuori luogo come una bestemmia in chiesa: la trap non è un genere, a differenza dell’indie che ha dimostrato di avere dei buoni artisti, ma qui davvero siamo al livello dei pagliacci e mi dispiace, perché non diverte neanche. Rimpiango Lo Stato Sociale, che quantomeno dava una botta di leggerezza e comicità alla kermesse. Rolls Royce è stato patetico: non fa ridere, ti fa sentire male e basta.

Lauro De Marinis in arte “Achille Lauro”, copyright “Il Corriere della Sera”

Arisa: più prova ad imbellettarsi e più le canzoni sono brutte.
Pare un Medley: strofa 1, stacco brutto, strofa 2, ritornello urlato a cazzo, la musica si abbassa, strofa 3. Osceno. Non ho nostalgia di “Sincerità”, ma di “Malamorenò” sì. In un’industria musicale in cui tutti sono personaggi, lei aveva azzeccato perfettamente un carattere che si distinguesse dal resto, ma da quando l’ha ripudiato per voler dimostrare non-so-cosa a non-so-chi, ha tirato fuori il peggio di sé. Questa canzone ne è l’ennesima prova, non si comprende, è indistinguibile dal resto del pop.

Rosalba Pippa in arte “Arisa”, copyright “Il Corriere della Sera”

I Negrita cantano una canzone discreta, con un titolo quasi plagiato, la strofa moscia e il ritornello altrettanto fiacco, che non carica come dovrebbe; potrebbe andare bene, sicuramente è una delle migliori, il che è tutto un dire, considerando che siamo lontani da “Ho imparato a sognare“; ma d’altra parte, cosa vuoi…

I Negrita, copyright “Il Corriere della Sera”

Ghemon: mi viene rabbia, perché sembrava quello su cui puntare, ma già dell’outfit è proprio un no; può essere una grande delusione per chi lo conosceva da prima.

Giovanni Luca Picariello in arte “Ghemon”, copyright “Il Corriere della Sera”

Einar: uno con questo nome già mi ricorda gli acronimi del Ventennio fascista e infatti, in Italia, qualcosa di brutto come il suo pezzo non si vede dalle leggi razziali ed i Patti Lateranensi.

Forse la canzone che suona più di vecchio, portata da uno dei più giovani.

Da “Ma noi non ci Sanremo”

Il paradosso di Sanremo.

Einar Ortiz, copyright “Il Corriere della Sera”

In un’edizione fatta principalmente da pezzi 100% sanremesi, che ascolti adesso e non ricordi più, gli Ex-Otago riescono a fare talmente tanto di peggio che non ho la minima idea di come commentare il pezzo. Mi ricorda un Jovanotti ai minimi storici… Medio-basso al massimo.

Ex Otago, copyright “Il Corriere della Sera”

Anna Tatangelo dimostra che nella coppia lei è la bella e Gigi D’Alessio è quello bravo, il che è tutto un dire.

Anna Tatangelo, copyright “Il Corriere della Sera”

Irama è la conferma che bisogna smettere di dare opportunità alla gente che esce da Amici. Ok che tra tre mesi ce lo scorderemo, però no: sapere che anche le filastrocche da bambino delle elementari possono partecipare in gara fa star male.


Filippo Maria Fanti in arte “Irama”, copyright “Il Corriere della Sera”

“Nonno Hollywood”: piuttosto torno ad ascoltarmi “Il vecchio e il bambino” di Guccini. Nigiotti è veramente fuori tempo massimo, sembra il Celentano degli anni ’60 se si considera di cosa parla e come lo fa. No, grazie, hai già rotto i coglioni.

Enrico Nigiotti, copyright “Il Corriere della Sera”

“Soldi” di Mahmood rappresenta la tipica canzone che ti ritrovi a cantare sotto la doccia senza accorgerti, è veramente orecchiabile nonostante fossi partito col pregiudizio che fosse un altro trapper, magari a causa del nome.

Alessandro Mahmoud in arte “Mahmood”, copyright “Il Corriere della Sera”

Poi, il decoder decide di spegnersi: Sanremo per oggi finisce qua.

Condividi con #KoinervettiSocial