Riflessioni a 360 Gradi: “Pearl Jam – Binaural”

Riflessioni a 360 Gradi: “Pearl Jam – Binaural”

1 Febbraio 2019 0 Di Haron Dini

“La tua luce riflette ora, riflette da lontano,
Non siamo altro che pietre, la tua luce ci rende stelle.”

I Pearl Jam sono una di quelle band che hanno vissuto (come del resto i loro colleghi Nirvana, Soundgarden e Alice In Chains) gli anni d’oro dei 90. Dal leggendario Ten del 1991 fino a Yield del 1998 possiamo notare, oltre al successo chiaramente, come loro si siano evoluti musicalmente. Questa scala cromatica di suoni e sensazioni che fanno capire che i Pearl Jam sono una band umile, con i piedi per terra e che porta rispetto per se stessa. Sicuramente Eddie Vedder è stato (e lo è ancora) il sommo delle liriche, il rubacuori dei suoi fan, capace di rapire con la poetica emozionale, la grinta,  la speranza, l’amor proprio e per gli altri, dicendo di sentirsi ancora un ragazzino ribelle in alcuni aspetti, il tutto messo nero su bianco nei suoi testi. Eddie Vedder ha sempre usato questa formula e con il passare degli anni posso dire con certezza che non stucca mai. La gente si immedesima, ci si ritrova e anch’io, che tuttora ascolto le sue canzoni, mi sento sempre un po’ più vivo. Capaci di rendere partecipe anche la folla durante gli show. Coinvolgenti in pezzi fantastici e che hanno fatto la storia del Grunge come Even Flow, Black, Jeremy, Release, Wishlist e tante altre ancora, finendo poi lo spettacolo con una bella stella cometa, come è accaduto anche al concerto di Eddie Vedder al Firenze Rocks. Che dire? Sono unici. Ho avuto il piacere di vederli dal vivo a Roma allo Stadio Olimpico nel 2018, e dopo quasi tre ore e un quarto di concerto ti senti pieno di energia, questi attimi rimarranno impressi per sempre.

Eddie Vedder a Milano durante l’ I-DAYS festival nel 2018

Detto questo, non voglio dilungarmi più di tanto sulla presentazione dei Pearl Jam, anche perché non ne hanno proprio bisogno. Oggi insieme a voi andremo a (ri)scoprire un disco un po’ messo da parte da tutti, un lavoro che non ha appagato i fan abbastanza, ma se ci dedichiamo con la giusta attenzione, possiamo trovare delle perle preziosissime, ve lo posso garantire. Ecco a voi Binaural:

Binaural è il sesto album della band, registrato nel 2000. Questo album usa una tecnica molto particolare nella ripresa audio per l’appunto binaurali, come dice il titolo. Per chi non sapesse che cos’è un audio binaurale, è un metodo di registrazione tridimensionale del suono che ha il fine di ottimizzare la registrazione per il suo ascolto in cuffia, riproducendo il più fedelmente possibile le percezioni acustiche, mantenendone le caratteristiche direzionali a 360° sferici. Quindi è consigliabile l’ascolto in cuffia.

Immaginiamo come se l’ascolto di questo album fosse il giro del mondo in una cinquantina di minuti circa, grazie anche all’audio binaurale possiamo trovare delle situazioni e delle sorprese che il disco presenta, momenti in cui va in una direzione più rock, per esempio in Breakerfall, God’s Dice ed Evacuation ed altri invece dove troviamo ballad del tipo Light Years. Qui Eddie Vedder si mostra con una voce molto flebile che sembra quasi accarezzarti. La cosa particolare sono i momenti Prog Rock a metà canzone, oppure Nothing As It Seems dove le tastiere presenti creano un pathos incredibile.

Attimi patriottici americani, per esempio Thin Air giusto per smorzare le solite emozioni che possono essere ripetitive. Il mio pezzo preferito dalla vena punkeggiante è Insignificance e come chicca possiamo trovare anche delle registrazioni molto carine fatte sulle canzoni come Of The Girl registrata totalmente in presa diretta. Anche i cambi di genere sono molto presenti, Grievance dall’aspetto molto blueseggiante, pezzi dall’animo Rock grezzo e sporco in Rival e anche sonorità oblique e stranianti in Sleight Of Hand.

Nella traccia seguente Eddie Vedder imbraccia il suo ukulele e ci presenta il brano Soon Forget. Il brano sarà forse di ispirazione per gli album solisti di Eddie (Into The Wild & Ukulele Songs) che verranno registrati qualche anno dopo. Il disco si chiude con Parting Ways il brano più lungo dell’ album, dove nella versione del CD promozionale troviamo anche la ghost track Typing (Writer’s Block).

Nel complesso il disco non è un capolavoro, ha anche dei punti deboli però per chi li conosce bene, questa è stata la testimonianza che i Pearl Jam hanno fatto quello che gli passava per la testa, conoscendoli artisticamente, mi viene da pensare che hanno guardato oltre l’orizzonte, spaziando e creando a loro piacimento, quindi Binaural non è solo il modo in cui deve essere ascoltato, ma è anche il lavoro che c’è stato dietro, le idee, dando spazio anche alle immaginazioni. Un disco che, se conosci bene la musica ti da la possibilità di esplorare tutti i confini musicali, il vostro compagno fedele nei vostri viaggi in macchina. Questo è Binaural… un ascolto che può essere un’avventura, una riflessione a 360 Gradi.

Io vostro amichevole Haron Dini di Quartiere.

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