Lo chiamavano Guti, il galáctico dimenticato

Lo chiamavano Guti, il galáctico dimenticato

16 Gennaio 2019 Di Duccio Guelfi

Oggi, parlando di calcio, ripercorriamo insieme la carriera di uno dei giocatori più enigmatici e al tempo stesso uno dei più tecnici che si siano visti nel calcio moderno, il quale, nonostante gli innegabili meriti, non ha mai goduto della stima che avrebbe meritato. Parliamo di una bandiera del Real Madrid dimenticata dai suoi stessi tifosi.Ma andiamo per gradi: José Maria Gutiérrez Hernández del Campo, più semplicemente noto come Guti, nasce il 31 ottobre 1976 a Madrid, dove a soli 9 anni entrerà nella cantera della squadra più blasonata del mondo per poi esordire in prima squadra a 19. Contestualmente vince un europeo U-18 e poco dopo quello U-21 con la Spagna, sebbene il rapporto con la nazionale maggiore sarà tutto tranne che idilliaco.
Fin dai suoi primi passi nel mondo del pallone si mette in evidenza per la sua notevole vena realizzativa nel ruolo di mezza punta, ma data l’abbondanza nel parco attaccanti a Madrid, ha ricoperto per quasi tutta la carriera il ruolo di centrocampista, abbassando sempre più il suo raggio d’azione fino a diventare regista basso sotto la guida di Fabio Capello.
Guti, tra alti e bassi e mai al centro di un progetto tecnico particolare, rimane al club madrileno fino a 34 anni, attraversando da spettatore partecipante l’era dei Galácticos che ha cambiato il modo di concepire il calcio all’inizio del nuovo millennio e l’era successiva contraddistinta da un Real Madrid mediocre.
Perché spettatore e non protagonista? Perché Guti non è e non vuole esserlo, non si considera spaziale come lo sono i vari Figo, Zidane, Ronaldo e Beckham che sbarcheranno a Madrid a peso d’oro in quegli anni. Lui, che di paragoni con i suoi compagni non ne vuole sentire, vuole essere solo Guti. E questo Guti non è giunto a Madrid a seguito di coppe vinte, palloni d’oro e cifre di mercato folli, è un ragazzino che ha iniziato a 9 anni nella squadra della sua città ed è sempre rimasto ad onorare una maglia che quasi non credeva nemmeno di meritare. Reggere la pressione non fa parte del repertorio dell’eterna promessa di Madrid. 

Pur avendo vinto tutto (o quasi) quello che poteva chiedere con il suo club, la sua immagine non rimane impressa nella mente dei tifosi madridisti, decisamente avari di riconoscenza anche nei confronti di leggende del calibro di Raùl e Casillas anni dopo, e anzi, nel corso della sua permanenza si dividono a tutti gli effetti tra sostenitori del biondo castigliano e suoi aspri detrattori (i quali rivolgono al malcapitato offese che non riporteremo in questa pagina per ovvi motivi) manco si parlasse di una meteora disastrosa che metteva se stesso davanti al resto della squadra. E benché fosse molto vanitoso del suo aspetto fisico, in campo Guti non si è mai comportato da prima donna.

Tutto ciò è dovuto proprio al carattere di José, ben lontano dal desiderio di competere e di lottare contro tutto e contro tutti che è peculiare delle merengues in quel di Madrid. Ma attenzione: Guti non è un pigro, il suo deterrente non è la tipica indolenza dei calciatori che “avrebbero potuto e invece…” alla Recoba, tanto per fare nomi. Il suo peccato non è l’accidia, che appartiene a chi ha i mezzi per essere il migliore ma non si impegna minimamente per esserlo. Il vizio del castigliano è proprio il suo carattere mite scandito da attimi di fragilità che sono tutto fuorché “galattici”. Questo difetto, va detto, è anche la sua miglior virtù, poiché l’assenza di arrivismo e di egocentrismo nel gioco di Guti fanno di lui il più altruista, il più sottovalutato e il più “umano” fra i Galácticos.

Il suo periodo più prolifico è la stagione 2000-01 quando, in sostituzione dell’infortunato Morientes, José torna al  ruolo originario di mezza punta e arriva a segnare 18 reti, di cui 14 in campionato. Alcune sono di pregevole fattura e di fatto trascinano il Madrid alla conquista del titolo.

         Il gol con cui Guti contribuisce al 28esimo trionfo dei blancos in Liga.

Tuttavia, come dicevamo, Guti è destinato ad abbassarsi in mediana per lasciare spazio alle altre stelle della squadra, se non addirittura ad accomodarsi spesso e volentieri in panchina. Ciò non fa che alimentare la malinconia del numero 14 blanco, ma non ne limita le qualità tecniche, tanto che si rivela un super-sub in grado di spaccare le partite entrando a gara in corso.

Nel video sono raccolte 7 volte in cui Guti è entrato dalla panchina dando la svolta al match, spesso ribaltando il risultato con gol o assist.

Grazie al suo mancino fatato, aveva nell’ultimo passaggio una delle qualità più raffinate. Proprio questa capacità di vedere compagni in tempi brevissimi, attraverso spazi impensabili per un centrocampista medio, è stata valorizzata nell’ultima fase della carriera a Madrid, quella giocata da vertice basso. La maggior parte delle volte che i compagni ricevono palla da Guti, questi sembrano quasi sorpresi dall’estemporaneità e dalla bellezza estetica della giocata, a riprova che fosse un playmaker straordinario con un’idea di calcio dinamico avanti di 10-15 anni.

 Con una nonchalance paragonabile a quella di un suonatore d’arpa al suo debutto alla Scala, Guti dimostra ancora una volta di essere un assist-man formidabile (pure la conclusione di Zizou non è da meno, ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di rimarcarlo).

La massima espressione del genio incompreso di Guti si manifesta però con un altro assist in particolare, uno tra i più di 80 con la camiseta, ed è quello messo a segno contro il Deportivo il 30 gennaio 2010 per un incredulo Benzema. 

Davanti a un’occasione del genere il 99,9% dei giocatori tirerebbe in porta, poiché è la soluzione più ovvia. Guti è quello 0,1%. Il tacònazo, istintivo e perfetto, resta l’opera migliore di un artista singolare. 

Guti ha giocato anche altrove; infatti chiude la carriera nel Besiktas, dove rimane una sola stagione, dopo aver silenziosamente lasciato il Real, con lo stesso silenzio che aveva contraddistinto il suo carattere.
Da dimenticare anche l’esperienza con la nazionale maggiore, con la quale Guti praticamente non gioca mai. Solo 13 partite con la Spagna e il grande rimpianto di non aver mai fatto parte della Roja che tra il 2008 e il 2012 ha “cannibalizzato” ogni titolo (2 europei inframezzati dal mondiale 2010).
Un talento come il suo avrebbe meritato di più: se fosse stato più continuo e avesse creduto fino in fondo nelle proprie qualità non sarebbe, ad oggi, un giocatore dimenticato, considerando poi che gli ex compagni “galattici” ai quali si sentiva inferiore non hanno mai smesso di sottolineare la sua eleganza con il pallone tra i piedi.

Ad ogni modo, Guti nel Real ha giocato 542 partite, segnando 77 gol e vincendo 5 campionati, 4 Supercoppe spagnole, 2 Intercontinentali, 3 Champions League e una Supercoppa Uefa. Un palmarès di tutto rispetto ma che risulta paradossalmente esiguo dal momento che le aspettative sul centrocampista erano ben altre.
Difatti la sensazione è che con molta probabilità, il meglio di Guti, per una ragione o per l’altra, non l’abbiamo mai visto e non siamo stati nemmeno capaci di accettare quegli sprazzi di qualità eccezionali che ci ha regalato.

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