“La casa dov’è?” – L’incontro con National Geographic e Niccolò Fabi | #IJF19

“La casa dov’è?” – L’incontro con National Geographic e Niccolò Fabi | #IJF19

11 Aprile 2019 Di Elena Del Siena

Raramente uno dei temi più scottanti dell’attualità si affronta da una prospettiva neutrale e di rispetto: è più semplice farne uno strumento di propaganda. Sorprendentemente, l’adagio “Stay Human” del giornalista Vittorio Arrigoni è stato il fil rouge che ha unito due incontri all’interno della XIII edizione del Festival Internazionale del Giornalismo (#IJF19), tenutosi dal 3 al 7 Aprile nel capoluogo umbro.

Uno scatto iconico

Fonte: Bartolomeo Rossi

9 Giugno 2014. Un barcone proveniente dalla Libia sta approcciando le coste italiane. Il viaggio di centinaia di migranti, stipati da giorni in pochi metri, sta per giungere al termine. Un elicottero della Marina Militare li sorvola, istintivamente tutti gli sguardi si rivolgono verso l’alto. In quel preciso istante Massimo Sestini scatta una foto zenitale che coglie lo spontaneo giubilo di chi ce l’ha fatta. A posteriori lo possiamo definire un documento storico dei flussi migratorio.

Ma il viaggio non termina una volta toccata terra, è solo l’inizio. Si tratta di una realtà liquida in continuo movimento, per questo motivo quando Sestini espresse il desiderio di rintracciarli ci fu dello scetticismo. In lui era forte il desiderio di raccontare la loro seconda vita, focalizzando l’attenzione sui sogni e su ciò che erano riusciti a costruire nel nuovo paese, piuttosto che concentrarsi sulla disperazione e sulla violenta esperienza trascorsa. Così senza una mappa o una pista, e senza un aiuto concreto da parte delle autorità, è iniziato il percorso di ricerca: quattro anni di consultazioni in prefetture, centri di accoglienza, passaparola e appelli social.

Alcuni di questi “aghi nel pagliaio”, come li ha definiti Andrea Bosello di Fox Italia, sono stati rintracciati e le loro storie immortalate nel documentario “Where Are You? Dimmi dove sei” che verrà trasmesso sul canale National Geographic il 20 Giugno 2019, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. L’intento principale dei realizzatori è quello di dare un volto agli invisibili, a coloro che con coraggio hanno lasciato casa senza sapere quando vi faranno ritorno, con l’incertezza di trovare ancora i loro affetti ad abbracciarli quando accadrà.

“Siamo tutti sullo stesso sasso”

Fonte: Alessandro Migliardi

Ben lontano dal cronachismo è anche il racconto di Niccolò Fabi, che celebra il decimo anno di collaborazione con l’organizzazione Medici per l’Africa Cuamm. Solo attraverso la conoscenza delle reali difficoltà delle popolazioni possiamo sviluppare empatia, da qui l’idea di girare in Etiopia una web series in collaborazione con La Repubblica: una raccolta di storie eterogenee, di persone che scappano e altre che chiedono di restare, volti pieni di vita in cerca di riscatto. Il celebre slogan politico “A casa loro“, che dà il titolo al mini documentario, non ha alcun senso alla luce di quanto ci viene mostrato. Il messaggio che viene lanciato ai numerosi spettatori presenti nella Sala dei Notari è uno: il movimento dei popoli è un fenomeno naturale ed inevitabile, solo se collaboriamo ne usciamo vittoriosi.

Queste le parole di Niccolò Fabi durante la conferenza:

«Nel 2009 sono stato contattato da loro [Cuamm], come spesso capita le persone che hanno una qualche forma di notorietà possono essere coinvolte in una campagna di informazione, cercando di essere utili alla conoscenza dell’attività di un’associazione. Di solito la cosa si conclude con una fotografia o con uno spot, nel nostro caso invece le cose sono complicate fin da subito, forse perché io adoro complicarmi tante cose [scherza] e quindi quando ho ricevuto la loro chiamata ho chiesto di poter fare un viaggio con loro, prima di svolgere il ruolo da testimonial.

La prima volta siamo stati in Uganda, appunto dieci anni fa, a fare un giro nelle varie strutture ospedaliere, e da lì è scattato un amore. […] Abbiamo fatto viaggi di tutti i tipi, abbiamo cercato di raccontare la loro attività in tutte le maniere, facendo dei documentari, scrivendo canzoni per loro, coinvolgendoli nel progetto che ho fatto con Max Gazzè e Daniele Silvestri. Pensa che la prima canzone di quel progetto è stata scritta proprio in Sud Sudan. Quindi è un viaggio molto importante di cui questa serie, che avete trasmesso sul sito di La Repubblica, è soltanto l’ultimo episodio.

Non c’era una sceneggiatura quando siamo partiti, è una cosa che ci tengo molto a sottolineare, siamo partiti per raccontare qualcosa di pregresso. L’errore che si fa a volte è partire e raccontare cercando quella fotografia, cercando quell’immagine che dia ragione ad un pensiero che abbiamo partendo da qui. Ovviamente dopo alcuni viaggi già fatti, alcune cose ci avevano fatto già prevedere quello che sarebbe successo, quello che avremmo visto, ma poi quello che è capitato è stato imprevedibile. A posteriori ci siamo accorti di aver sfiorato tante storie diverse, con un concetto diverso di casa.

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