Gerusalemme d’oro, d’argento e di rame

“Gerusalemme d’oro, e d’argento, e di rame”, così canta un’importante canzone popolare israeliana, descrivendo in poche parole la magnificenza e i tratti distintivi della città. Mi chiedo che impatto avesse fatto ai pellegrini medievali che, percorrendo l’antica strada, scorgevano la città per la prima volta dal Nabi Samwil, il monte sul quale sorge la tomba del profeta Samuele.

Da pellegrino moderno, come dice Franco Cardini nel suo libro “Gerusalemme, una storia”, già nel 1977 questa suggestiva angolatura non era più visibile a causa delle autostrade e vie di comunicazione costruitevi. La veduta preferenziale è quella dalla cima del Monte Degli Ulivi. Un mare di bianco, incorniciato da mura, contrasta con l’azzurro del cielo e spicca, fra questo chiarore, la cupola dorata della Moschea di Umar, quel collegamento mancante tra cielo e terra. Alle pendici del monte la valle di Josafat, nella quale si dice che un giorno ci riuniremo tutti durante il Giudizio Universale. A cominciare proprio da poco sotto la vetta del monte stesso, scendendo fin giù nella valle e poi risalendo il Monte Sion fino alle Mura di Solimano il Magnifico, una distesa di tombe ha trasformato quell’area in un vastissimo cimitero.

I fortunati che vi si trovano hanno ben pensato che posizionandosi strategicamente da morti, saranno in prima fila quando alla Fine dei Tempi la muratura della Porta d’Oro cadrà e si potrà, attraversando la doppia arcata, rientrare nella Città Santa. Dopo un primo assaggio complessivo, come ogni buon pellegrino che si rispetti, è d’obbligo l’entrata alla Città Vecchia dalla Porta di Jaffa. Davanti un solitario venditore con un solitario banchino offre falafel, pane arabo e pane dolce al sesamo. L’odore di pneumatici che, a detta di Cardini si sente da qui fino a Salonicco, proviene da Derekh Yeriko, la grande strada che costeggia le mura occidentali della cittadella e che porta fino al Mar Morto. Quest’odore si mescola al profumo delle spezie derivanti dai ricchi cibi impregnati di fritto.

Così si apre la città: alte, albine e vetuste costruzioni trasudano misticità e portano a guardare la volta celeste interrogandosi.

Ad altezza d’uomo, invece, il più affascinante caos terrestre: il Suq. Cunicoli stretti e bui, dalle alte arcate, dove i bazar e le bancarelle, che affollano i lati delle vie, sono illuminati da lampadine che scendono dolci dal soffitto e arrivano a pochi centimetri dal bancone, illuminando solo la merce, i volti e poco altro. I proprietari dei negozi, dai lineamenti marcati, sorrisi ammalianti e seducenti, e dallo sguardo astuto, invitano passanti e turisti ad entrare. Fra di loro i mercanti si parlano, urlano, minacciano, scherzano o chiamano a gran voce da una parte all’altra della strada, in una lingua profonda, come incavata o ovattata, che può a primo impatto far paura ma poi si rivela ricca e armonica.

Andando ad analizzare, capire e sciogliere ogni parola araba, si potrebbe rimanere stupiti dal fatto che molte di esse vengano da una derivazione, o siano una commistione, di “luce”, “gioia” e “grazie”.

L’atmosfera è ricca di folklore: stoffe dai colori sgargianti e dalle più varie geometrie, appese ovunque; tappeti che per quanto belli sembra davvero che stiano per spiccare il volo; inebrianti profumi di cibi, che ti colgono alla sprovvista e ti assalgono fulminei, lasciandoti senza respiro e, con la stessa rapidità con cui sono arrivati, ti abbandonano ; per non parlare degli strani ninnoli, lampade ad olio dai lunghi becchi, ventre gonfio e dalle arabesche incisioni che ti fanno sentire come catapultato in una fiaba de “Le Mille e Una Notte”.

Scene inconsuete lo tinteggiano: un trattore con rimorchio attraversa le strettoie e supera le scalinate dei vicoli clacsonando per farsi spazio fra la folla; pellegrini e religiosi cristiani con in spalla un crocifisso ligneo intonano inni mentre percorrono la Via Crucis, attraversando il mercato, per arrivare sulla cima del Golgotha, monte sul quale Cristo esalò il suo ultimo respiro. Al tempo di Gesù questo rilievo era esterno alla città, ora è contenuto entro le mura. Il suq si dirama dentro la Old Town come un reticolato. Può capitare che da un vicolo affollato ad un tratto si venga catapultati in un’ariosa piazza, come può succedere per la Piazza Del Muristan. Percorrendo David Street e poi svoltando per Muristan Street, passando sotto un basso arco a tutto sesto, si spalanca la folgorante e lucente piazza.

Scendendo le scalinate ad anfiteatro ci si trova davanti la meravigliosa Basilica Del Santo Sepolcro, semplice e piccola all’esterno, ma con un’esplosione di architetture all’interno. Gruppi di religiosi creano una fila che circonda la cappella contenente la lastra marmorea, creando come una processione che unisce i vari cristianesimi insieme. Si sentono dai canti gregoriani a quelli armeni e bulgari che creano, uniti alle decorazioni e agli incensi ortodossi, una forte spiritualità. Sicuramente suggestiva è quest’ultima, ma per un orecchio attento sembra come se ogni cristianesimo cantasse e pregasse più forte per sopra valicare l’altro, convinto che il suo credo sia quello giusto, e così pensando che la sua voce si distingua sopra le altre per arrivare meglio a Dio.

La stupidità dell’uomo: anche in contesti e luoghi teoricamente simbolo di pace riesce con questi, anche pur insignificanti e piccoli gesti, a metterci l’uno contro l’altro. Nonostante anche le divergenze di religione alcune persone vivono e collaborano in armonia, fidandosi reciprocamente. Le chiavi del Santo Sepolcro ne sono la testimonianza diretta, esse vengono custodite da una famiglia araba mussulmana, con il compito ogni mattina e ogni sera di aprire e chiudere questo luogo di venerazione, tramandandosele di generazione in generazione dal tempo di Saladino.

Da David Street, invece, continuando dritto per Sha’ar ha-Shalshelet Street si arriva al quartiere ebraico e da lì al Kotel, il “Muro Del Pianto”, così poiché molti ebrei piangono pregando davanti al muro. Quest’ultimo non è il reperto originario del Tempio di Salomone, la prima fila di pietre risale al tempo di Erode, che fece ricostruire un tempio sul luogo delle antiche rovine, mentre gli strati a salire sono successivi. Gli ebrei credono che fra questi mattoni vi sia viva ancora oggi la presenza di Dio. Al di là del muro la Spianata delle Moschee, al centro della quale si staglia, sopra un candido lastricato, il troneggiante blu della Moschea di Umar. Detta anche Dome of the rock, fu fatta costruire sopra la roccia dalla quale si dice sia asceso al cielo il profeta Mohammad.

Entro questa piazza, sedute per terra ai lati della moschea o nel centro della piazza, si vedono donne dai volti sottili e bellissimi, incorniciate da chador di vivaci colori, oppure i visi sono quasi completamente coperti dai niqab dalla cui fessura si vede solo la linea degli orientali occhi, se non a volte oscurata anch’essa dalla retina dei burqa. Gli ammaliati tentano furtivamente di immortalare queste giovani donne che, però, accorgendosene, scappano e si nascondono ridendo. Spesso e volentieri sono loro stesse che guardano stupite l’abbigliamento occidentale.

Come poter trasmettere la sensazione di quando, trovandosi davanti al Kotel dove gli ebrei dondolano ritmicamente recitando e quasi scandendo lamentosamente i versetti della Thora che tengono in mano, si sente in lontananza il suono delle campane e, da più vicino, il canto del muezzin che parte dall’alto di un minareto. Le tre religioni monoteiste abitano contemporaneamente questa città e tutte la riconoscono come santa. Una terra e una città che vengono considerate sante, ma non molto pacifiche.         

Rachele Innocenti

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