Enrico Paci: il regista-attore che si sente Peter Pan

Ecco l’intervista di uno dei protagonisti dello spettacolo teatrale “Sulle (F)orme di Burri” e, in ultimo, di “BUONGIORNO SIGNOR GAUGUIN!” (regista).

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1. Che voto dai a questa esperienza?

Un buon voto. E’ stata una produzione su cui ho lavorato molto volentieri. Lo spettacolo è nato per CaLibro festival 2015 nel filone di una serie di spettacoli su libri che parlano di libri. Abbiamo iniziato con “La biblioteca di Babele” di Borges nel 2013 e con una video-installazione ispirata a “Farheneit 451” di Bradbury nel 2014. “Buongiorno Signor Gauguin!” è tratto dal romanzo di Bohumil Hrabal “Una solitudine troppo rumorosa” e racconta la storia di un operaio che lavora ad una pressa meccanica e che crea dei parallelepipedi di carta pressata destinati alla macerazione. Pressa cartaccia e libri vecchi. Relativamente alla vita di un libro, del suo essere oggetto, racconta quindi un po’ la parte finale, la morte fisica se vogliamo. In realtà l’azione del protagonista del romanzo va ben oltre questa mansione per la quale è pagato. Non si limita a riempire la pressa di carta e pigiare il bottone di attivazione. Con i libri di cui deve eseguire la condanna a morte ha dei rapporti particolari, cerca in tutti i modi di mantenerli in vita creando con la sua azione una sorta sublimazione artistica dei libri e di se stesso.
2. Quale messaggio ha voluto  sottolineare l’ultima opera (“Buongiorno Signor Gauguin!”) andata in scena a Sansepolcro?

Il romanzo, pur breve, offre veramente tanti spunti e farne una riduzione teatrale (che alla fine è stata una vera è propria riscrittura) ha comportato effettivamente individuare un filone narrativo che si coniugasse con un susseguirsi di ambientazioni il più lineare possibile. Il romanzo è un continuo racconto del passato che si mischia al presente. Io ho mantenuto il presente cercando di sottolineare l’urgenza di quell’azione finale estrema con cui Hanta, il protagonista, decide di concludere la sua esistenza terrena.
Il messaggio che ho cercato di portare alla luce è quello dell’uomo che persegue la bellezza a tutti i costi. Hanta è un umile, un maltrattato, lavora da solo in condizioni di degrado eppure ha una sua possibilità di riscatto che è nutrita dalla sua immaginazione, che si nutre a sua volta delle parole dei libri che legge prima di pressare e la cui riduzione a parallelepipedo lui vive come la creazione di un’opera d’arte. In questo modo Hanta si eleva dalla bassa natura umana ad un livello superiore, se non divino almeno eroico. Il momento in cui questo mondo da lui faticosamente costruito crolla (perché chiudono la sua pressa meccanica dove lavora e crea opere d’arte) decide di reagire nella maniera più forte e definitiva trasformandosi lui stesso in opera d’arte entrando nella pressa meccanica e mettendola in funzione. Il messaggio che mi piacerebbe far passare con questo spettacolo, è non il suicidio di massa, ma sì il dedicare la vita ad un valore laico e salvifico qual è la bellezza. Penso che Hanta indichi una strada a tutti noi.
3. C’è un motivo particolare dovuto alla scelta di un gruppo di soli uomini?

E’ in parte una casualità (riguardo soprattutto alle maestranze), in parte una esigenza da testo (riguardo al cast). Per risponderti con maggiore cognizione di causa e pareggiare i conti dovrei prima lavorare con un gruppo di sole donne! Già tremo al solo pensiero!
4. Tornando agli spettacoli scolastici dove eri regista: che ricordi ti ha lasciato “Sulle (f)orme di Burri”?
5. E lo spettacolo con il Liceo?
6. Quale dei due è stato più impegnativo?

Il momento più bello nei progetti con i ragazzi delle scuole è quando vedi che i ragazzi prendono veramente a cuore il lavoro che si sta realizzando mettendoci passione, impegno e divertimento. Il vero insegnamento penso sia proprio quello dell’impegno necessario perché il gioco funzioni. Poi i due spettacoli erano profondamente diversi come finalità e come modalità. Ne “Le (f)orme di Burri” si trattava di dare, appunto, una forma spettacolare ad un percorso di approfondimenti sulla vita e le opere dell’artista tifernate, approfondimenti che erano stati realizzati dagli studenti di varie classi dell’ITIS Franchetti Salviani di Città di Castello nel corso del 2015. E’ stato per certi versi più faticoso a livello di coordinamento essendo tanti i ragazzi coinvolti, di più classi diverse e non essendoci un appuntamento fisso come c’è invece, ad esempio, per un laboratorio teatrale. E’ stato comunque molto divertente anche per la presenza di una multidisciplinarietà che lo ha reso un prodotto quasi televisivo, una sorta di superquark strampalato e giocoso, ma comunque pieno di contenuti reali e profondamente rispettoso della figura e dell’arte di Alberto Burri. Una divulgazione dinamica e ammiccante di contenuti scolastici che penso sia arrivata. Chi è uscito dal teatro ha ricevuto un intrattenimento e, divertendosi, si è fatto una idea abbastanza vasta e varia su Alberto Burri. Mi sembra un bel modo di veicolare informazioni.

Il lavoro fatto al liceo è più tradizionalmente di laboratorio teatrale e allestimento dello spettacolo finale, per il quale, insieme a Mauro Silvestrini, abbiamo deciso di confrontarci con un impegnativo e ambizioso testo shakespeariano: l’Enrico V. Anche qui il lavoro con i ragazzi (anche qui tanti di numero: 24) è stato molto stimolante e il risultato finale molto soddisfacente. Per me poi è stato particolarmente emozionante ritrovarmi a tenere il laboratorio teatrale del liceo Plinio il Giovane in quanto è proprio frequentando il laboratorio teatrale di questo liceo, allora tenuto da Enzo Aronica, che ho iniziato a fare e ad amare il teatro.  La cosa curiosa è che con i ragazzi ci lavoro proprio bene. Temo di soffrire di una incurabile sindrome di Peter Pan!
7. Punti a proseguire la carriera da regista o ti concentrerai maggiormente su quella da attore?
8. Quale sono le emozioni principali che ti offre questa passione?

Sono attività vicine, ma al tempo stesso diverse che però si arricchiscono l’una dell’altra. La regia se è anche, come lo deve essere, direzione degli attori non può prescindere dal sapere come si ottiene quella certa cosa dall’attore. L’attore al tempo stesso deve sapere stare in scena con autonomia, sicurezza e cognizione di causa, quindi sapersi, all’occorrenza, autodirigere. Cosa preferisco? Non saprei decidere. L’attore vive le storie e il mondo della scena: il palcoscenico è indubbiamente il luogo più bello su cui stare. Il regista è un creatore ed è indubbiamente eccitante e quasi divino pensare e costruire la realtà scenica fondandola sul proprio immaginario, linguaggio e gusto estetico e cercando di far passare alcuni messaggi che si ritengono importanti. Tutte e due le attività comunque portano con sé un bel carico di responsabilità perché sono al servizio di ciò che l’uomo ha di più bello: la sua immaginazione.

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