#Editoriale: scuola dell’infanzia (rovinata)

Educatore: “maestro di cognizioni e di virtù“. Almeno in teoria.

La precisazione purtroppo è d’obbligo: i casi in cui certe figure non meritino d’essere definite col titolo impartitogli dalla professione che “svolgono” sono molteplici e non sembrano diminuire. Il che, all’interno di quella che pare essere una società civilizzata, assume le sembianze di un’enorme eccezione alla regola. 
Leggere di bambini maltrattati dà fastidio a prescindere. Se poi succede in un luogo dedito alla loro educazione e protezione, non si può e non si deve rimanere indifferenti. Numerose possono essere le reazioni ad una vicenda del genere: indignazione, rabbia, odio e via dicendo; è inaccettabile però che in coda alle reazioni non si trovino anche delle azioni volte a prevenire, o meglio ancora azzerare, la presenza dalla faccia della terra di tali abomini; tra l’altro, con “abomini” ci si può riferire sia alle violenze che agli autori delle stesse, anche perché la differenza (se c’è) è molto sottile: entrambi sono miserabili.
Il caso di Pisa è uno dei tanti, ma in più rispetto ad altri avvenimenti similari ha l’aggravante di non essere stato in alcun modo notificato ai genitori dei poveri bambini se non dopo diverso tempo: dopo il danno, la beffa. Non esiste (anzi, non dovrebbe esistere) che si adotti addirittura dell’omertà in seguito a fatti così gravi.
Alla base del problema che genera questi spiacevoli episodi, senza ombra di dubbio rientra la scelta poco accurata del personale educativo: non si spiega altrimenti come dei soggetti talmente instabili da aggredire fisicamente e psicologicamente esseri così indifesi possano finire all’interno di una scuola dell’infanzia; un primo passo avanti sarebbe quindi la certezza di poter affidare i propri figli a persone qualificate e ben predisposte alla custodia dei pargoletti.
Inoltre, nei primi anni di vita un bambino cresce a vista d’occhio, nel fisico come nell’intelletto: ecco perché un’altra soluzione (che non esclude la precedente) sarebbe garantire una diversificazione per fasce d’età, che ridurrebbe la caoticità degli ambienti e, di conseguenza, eventuali “raptus” degli educatori, i quali magari potrebbero seguire una rotazione ciclica, trovandosi a lavorare con diversi gruppi di bambini, allontanando maggiormente altre eventuali problematiche legate alla continua convivenza con gli stessi alunni.

Trovarsi nel 2016 a discutere ancora di gesti così primitivi è tanto assurdo quanto eloquente, ma la speranza è che parlandone si possa aiutare a costruire ambienti confortevoli per le neonate generazioni, garantendo loro un futuro migliore.

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