Perché “Dog Day Afternoon” è un film attuale ancora oggi

Spesso si usano aggettivi come “capolavoro” e “avanguardista” per definire un’opera d’arte, ma mai come nel caso di Dog Day Afternoon tali aggettivi risultano pertinenti ed appropriati. La pellicola (nota in Italia con il titolo erroneo di Quel pomeriggio di un giorno da cani) diretta da Sidney Lumet nel 1975 e resa celeberrima dall’interpretazione di Al Pacino nel ruolo di Sonny Wortzik, racconta la storia di un disgraziato rapinatore, protagonista di un fatto di cronaca avvenuto realmente a Brooklyn nell’estate del ’72.

La vicenda narra di due rapinatori, Sonny e Salvatore Naturale, detto Sal (interpretato dal compianto John Cazale), i quali dopo un maldestro tentativo di rapina si trovano bloccati in una banca, circondati dalla polizia con i dipendenti come ostaggi. Sin da subito Sonny, costretto suo malgrado ad usare gli impiegati della banca come mezzo di scambio, avvia le trattative con l’agente Moretti, rappresentante della polizia di New York, dimostrando grande carisma e furbizia, arrivando addirittura ad aizzare la folla di spettatori sopraggiunti contro le forze dell’ordine. Nel frattempo, si occupa dei bisogni degli ostaggi, visibilmente provati dalla calura di fine agosto e dalla tensione, e dei giornalisti, ai quali risponde con battute sagaci e frasi taglienti. Presi in trappola e impossibilitati a fuggire, Sonny e Sal chiedono un aereo per lasciare il paese sotto promessa di liberare i dipendenti. Le trattative durano molte ore, durante le quali la polizia utilizza vari espedienti per portare allo scoperto i due ladri, tra cui l’inaspettata apparizione di Leon, il compagno transgender di Sonny. Oltre a lui verranno contattati anche la moglie e la madre dello stesso con lo scopo di convincerlo ad arrendersi, ma senza risultato alcuno. Alla fine, giunta la notte e ormai allo stremo delle forze, viene mandato un pullman presso la banca al fine di portare tutti all’aeroporto. In questa circostanza l’FBI, con l’inganno, eliminerà Sal e arresterà un Sonny in lacrime.

Il film, per la sua epoca risulta particolarmente innovativo sotto vari punti di vista: in primo luogo per la volontà di raccontare un fatto di cronaca rispettandone lo sviluppo (anche la durata della storia nel film rispetta i fatti reali), inaugurando una fortunata tendenza dei film a stampo giornalistico (come Tutti gli uomini del presidente dell’anno successivo); in secondo luogo per la forza e l’attualità dei temi trattati, tra cui l’omosessualità, il rapporto con i media e la condizione di disagio sociale dell’America dei primi anni ’70.

Sonny Wortzik è un uomo sconfitto, un reietto, un individuo abbandonato dal proprio paese per cui ha combattuto in Vietnam, il quale dopo mille tentativi, diviso tra l’affetto verso la sua famiglia e l’amore per Leon si ritrova suo malgrado nella condizione di rubare per sostentare sé e i suoi cari. La background story di miseria di Sonny ci viene palesata durante il dialogo con la madre, nel quale ingenuamente lei gli chiede di arrendersi e tornare a casa e lui le risponde dicendo di essere un fallito e le intima di andarsene altrimenti verrà contagiata anch’essa dal suo fallimento. Il dialogo con la moglie è ancor più bizzarro e si tratta per lo più di un monologo di lei isterica, mentre grida al telefono, chiedendo spiegazioni a un Sonny stremato e ormai privo di argomenti.

Scena del tutto opposta è la lunga telefonata con Leon, il compagno omosessuale per la cui operazione del cambio di sesso Sonny ha deciso di fare il colpo. Qui sta la grande forza emotiva del film: un uomo disperato e sconfitto dalla vita che accetta di compiere un reato, allo scopo di aiutare l’uomo che ama, ma con cui non può stare. Lo stesso fatto dell’omosessualità viene affrontato con eleganza e senza scherno, con una maturità impensabile nel ’75 e ancora oggi assente; né Sonny né Leon vengono rappresentati attraverso stereotipi gay e nemmeno la loro relazione ha bisogno di essere esplicitata dal momento che non si toccano mai dal vivo, evidenziando maggiormente la distanza che caratterizza metaforicamente il loro rapporto.

Affascinante è il fenomeno del ribaltamento con cui i rapinatori armati passano velocemente dall’essere i carnefici ad essere vittime di un sistema disumano e dei loro stessi errori. Intelligente è la critica mossa verso i media, colpevoli di interessarsi agli spargimenti di sangue per creare scoop e alla polizia, colpevole di provocarli, in un periodo storico di forte tensione sociale a seguito della strage nella prigione di Attica (citata da Sonny in una delle sue battute cult).

Menzione d’onore per John Cazale, il quale fu scelto su consiglio dello stesso Al Pacino per interpretare la parte del complice, ridefinendone le caratteristiche già indicate nello script originale, facendone quindi un personaggio taciturno, ingenuo, semplice e malinconico. In poche parole: un puro, un uomo di scarsa cultura e profondamente credente, trovatosi suo malgrado in un mondo di squali. Cazale morirà pochi anni dopo, con soli 5 film all’attivo, tutti candidati all’Oscar come Miglior Film. Di lui Al Pacino dirà in seguito:

“Era il mio compagno di recitazione ideale, avrei voluto recitare con lui sempre, per tutta la vita.”

Inoltre, pur essendo la trama incentrata su una rapina, nel film vengono sparati solo due colpi in 124 minuti di durata complessiva, dando prova di non essere un mero thriller violento bensì un intenso dramma umanitario nel quale prevale il dialogo. Dialogo che si fa densissimo nel film e che per buona parte è stato improvvisato dagli attori sul set.

Dog Day Afternoon è stato definito una “commedia tragica”, appellativo gradito dal regista Lumet, poiché sottolinea la forte componente di humour umano presente nella vicenda e al contempo ne puntualizza la profonda drammaticità a livello sociale.

Eroica e romantica rimane la figura di Sonny, il quale, nonostante le sconfitte e le umiliazioni subite nel corso della vita, non si arrende fino alla fine, mantiene la sua integrità salvando gli ostaggi e arriva anche a sbeffeggiare il potere dando la mancia al fattorino chiamato dalla polizia per portare le pizze (secondo Al Pacino, la scena migliore del film) e arrivando a dire all’agente Moretti di fronte all’ennesimo inganno:

“Baciami! Baciami! Quando mi si fotte voglio essere baciato sulla bocca!”

Un saluto a tutti, Nicolò e Duccio. 

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About Nicolò Guelfi

Sono uno studente di filosofia presso l'Università degli studi di Siena. Mi sono diplomato presso il liceo scientifico "Città di Piero" di Sansepolcro (AR). Appassionato ascoltatore e musicista, spero di poter mettere al servizio dei lettori la mia personale esperienza per aiutare tutti ad approfondire e divulgare la conoscenza della musica "di qualità", perché, parafrasando Oscar Wilde, non ha senso operare altre discriminazioni se non quella tra "musica fatta bene" e "musica fatta male".

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