Il Teatro Empatico: The National – Boxer

“Vedere con gli occhi di un altro, ascoltare con le orecchie di un altro, e sentire con il cuore di un altro”.(Alfred Adler)

Se i Joy Division vi sembrano cupi e misteriosi, i The National con questo “Boxer” non sono da meno.

Pubblicato nel 2007, questo disco è etichettato come il lavoro più completo della loro carriera: le sonorità che questo album offre affondano nelle radici della “New Wave” e un brano come per esempio: “Mistaken for Strangers” gli Interpol se lo sognano la notte. Un album particolare questo: malinconico e in un certo senso il più rappresentativo della band di Cincinnati. Matt Berninger mantiene un focus costante sulla scrittura, servendo un cantato molto sentito e di cuore.

Un sound che dà un impatto emotivo pazzesco, dà quello che vuole trasmettere, dalle emozioni sconosciute che ci vuole far sentire. Immaginiamo come se tutte le canzoni fossero dei mondi paralleli, ognuna ha le sue diversità, ha il suo clima, ha il suo modo di essere, ma, tra tutte le caratteristiche, ce n’è una cosa che le accomuna: ogni canzone la possiamo vivere ascoltandola.

Una curiosità sulla copertina: per chi non lo sapesse, la foto è stata scattata mentre i The National si stavano esibendo il brano “The Geese of Beverly Road” tratto dal precedente album “Alligator” e si trovavano precisamente al matrimonio del loro produttore… Figo!

Detto questo… Ho deciso di parlare di questo album come se ci trovassimo in uno spettacolo teatrale, ecco cosa ci offrono i The National con “Boxer”.«Stay out super late tonightPicking apples, making piesPut a little something in our lemonade and take it with usWe’re half awake in a fake empireWe’re half awake in a fake empire».

Il disco apre il sipario così… una canzone che sembra un invito alla gente a divertirsi, ad alzarsi dalle sedie, ad innamorarsi, a prendersi un po’ di svago, così si propone il brano “Fake Empire”.

Un turbine di gioia e tristezza allo stesso tempo, ma che rimane un brano memorabile, con tanto di tromba in sottofondo che accompagna la canzone verso la conclusione. Il disco prende una svolta con le note armoniche e molto oscure nel pezzo già citato a inizio articolo (“Mistaken for Strangers”) dalle tonalità quasi “Avant-garde”, le quali danno quell’aspetto riflessivo e fanno analisi su un mondo grigio.

Il brano ci fa riflettere mentre passeggiamo in una metropolitana newyorkese. Una canzone costruita bene in tutti i suoi momenti.Note crepuscolari e una batteria quasi isterica danno vita a “Brainy” che cattura subito l’attenzione, Berninger con un cantato soave interpreta un brano che avvolge l’ascoltatore per tutta la durata.

Tuttavia, la chicca si trova nella canzone successiva “Squalor Victoria”: violini ed archi, insieme ad un pianoforte aprono le danze a questa ballad amorosa e disperata, il cui compito non è altro che lasciarvi trasportare. “Green Gloves” e “Slow Show” sono le classiche canzoni tranquille. Mentre immaginiamo di accenderci un falò, questi pezzi sognanti cercano in tutti i modi di farci assaporare tutti gli istanti della natura che ci circonda.

La svolta Post-Rock arriva in “Apartment Story” e anche in certi canoni sul “New Wave” classico e la canzone che interrompe i momenti di suspense che ci sono stati, dando per ora all’album un ritmo equilibrato e scorrevole.La orchestrale “Start a War” e l’inno del disco, un inno di speranza e coraggio a tutti i momenti tristi che ci sono stati, infatti la canzone seguente “Guest a Room” è il pezzo perfetto per l’atmosfera giusta da dare a questo teatro, dove siamo tutti seduti a goderci lo spettacolo, emozioni fortissime che fanno a botte con le sensazioni nostalgiche e non possiamo fare altro che alzarci e applaudire.

“Racing Like A Pro” e la quiete dopo la tempesta (in questo caso positiva) un teatro che ha dato uno spettacolo che gioca molto sugli stati d’animo. E poi arriva “Ada”, che è semplicemente una preparazione verso la fine, di 4 minuti circa dove già stanno iniziando a sventolare le bandiere bianche.

La conclusiva “Gospel” è il saluto che i The National danno ai loro fan, dove concludono il capitolo con “Alligator” e iniziarne uno nuovo, con una legge tutta loro con “Boxer”.Il sipario si chiude, la gente applaude si alza ed esce, alcuni hanno scoperto l’amore, altri invece sono usciti con le farfalle sullo stomaco. “Murder Ballads” di Nick Cave, in alcuni punti e stato d’ispirazione per questo album, ma nulla da togliere sia chiaro.

Se “Alligator” era un album più colorato, questo invece è una scala di colori freddi, gioca molto sull’empatia, sia dei suoni che dei testi, un disco originale nei suoi aspetti, enigmatico, decadente, dalle parole mai scontate, un disco che ha bisogno di una possibilità e ci riesce sempre, bello e tragico, che ti prende a cazzotti se la prendi male, che ti coccola come un bambino se la prendi bene. Questa musica vi terrà compagnia nei momenti vuoti… mentre fuori piove.

Il vostro amichevole Haron Dini di quartiere.

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