Carlos Caszely: El Rey del metro cuadrado

capitolo 1

 

ALLENDE E PINOCHET

 

Questa non è soltanto la storia di uno sportivo, anzi, la parte sportiva stavolta verrà passata quasi in secondo piano. Questa è la storia di un uomo, un uomo con i suoi difetti e le sue paure, ma che ha trovato la forza di non abbandonare mai le proprie idee e di dire “no” quando secondo lui era il caso di farlo.

Il nostro uomo è Carlos Caszely: el rey del metro cuadrado, uno dei più forti attaccanti nella storia del Cile.

 

Cominciamo il nostro viaggio con due istantanee. La prima rappresenta un uomo anziano, con in testa un elmetto da soldato ed in mano un kalashnikov. Nella seconda invece si vedono dei militari che trasportano un cadavere coperto da un poncho.

Il protagonista di entrambe le foto è sempre lo stesso: Salvador Allende.

 

Facciamo un passo indietro. In che anno siamo e cosa sta succedendo?

Siamo nel 1970 e quello è un anno particolare.

La guerra in Vietnam non è ancora finita e in tutto il mondo ci sono sconvolgimenti e svolte politiche. In Libia prende il potere Gheddafi e in Bolivia il comunista Torres Gonzàles. In Cambogia invece il colpo di stato è filo-americano, e la situazione creatasi, porterà, 5 anni dopo, alla tremenda rivolta degli khmer rossi.

E’ un anno tremendo anche per la musica: i Beatles rilasciano il loro ultimo album: “Let it be” e si sciolgono; mentre a distanza di pochi mesi muoiono, entrambi a 27 anni, Jimi Hendrix e Janis Joplin.

 

Torniamo alle nostre fotografie. Torniamo a Salvador Allende. Innanzitutto, chi è Salvador Allende?

Da tre anni è il presidente del Cile.

Nelle elezioni del 1970 con il 36,6% dei voti, soltanto un punto percentuale in più rispetto al conservatore Alessandri, risulta il candidato più votato; ma siccome nessuno dei due raggiunge la metà dei consensi l’elezione del presidente è delegata al congresso nazionale, che con una maggioranza schiacciante elegge proprio Allende.

Fino a qui non sembrerebbero esserci particolari problemi: nessuna violenza e nessun colpo di stato, un’elezione combattuta, ma nulla di più; quasi un lusso per quegli anni.

 

I problemi invece ci sono. Salvador Allende è socialista, e questa cosa, ai fratelli maggiori con la bandiera a stelle e strisce, proprio non va giù. Henry kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale, subito dopo l’elezione di Allende si esprimerà così: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.

 

L’affermazione di Kissinger, che sarà poi, secondo me abbastanza scandalosamente, premio Nobel per la pace, non deve comunque stupire più di tanto.

Siamo infatti in piena guerra fredda e il mondo sembra un gigantesco risiko nel quale le due superpotenze cercano di darsi battaglia a distanza e conquistare un vantaggio.

In questa lotta per la supremazia gli americani hanno dei “territori” che considerano intoccabili, un po’ come fossero il proprio giardino di casa: sono il centro e il sud America. Qua, dagli anni ’50 in poi, insedieranno, con un appoggio più o meno velato, diversi regimi di destra, come quello di Stroessner in Paraguay, la giunta militare brasiliana o Hugo Banzer in Bolivia (che, già nel 1971, spodesterà il già citato Torres Gonzales).

L’occhio di riguardo dell’America verso i regimi di destra, utilissimi per arginare il comunismo, è stato ben sintetizzato da Jeane Kirkpatrick, ambasciatrice statunitense all’ONU, la quale postulava l’esistenza di due tipi di dittatura: le prime, quelle comuniste, erano irrecuperabili. Quelle di destra invece erano assolutamente recuperabili e con questi dittatori gli americani potevano benissimo andare d’accordo.

 

Proprio nel giardino di casa, però, gli Stati Uniti avevano anche subito una delle scoppole più cocenti della loro storia: il flop dello sbarco alla Baia dei porci. Quando, nel 1961, un plotone di marines, convinto di trovare l’appoggio della popolazione, aveva cercato di rovesciare il neonato regime castrista, senza però riuscire nell’obiettivo.

 

A dire il vero le paure americane rigurdanti Allende, almeno sul piano della svolta autoritaria e dell’avvicinamento all’Unione Sovietica, avevano ben poco fondamento. “Partito unico” o “dittatura del proletariato” non erano parole esistenti nel vocabolario del politico cileno, che invece cercava una “via cilena verso il socialismo” nella cui visione socialismo e libertà avrebbero coinciso.

 

Le prime riforme furono volte ad aiutare gli strati più disagiati della popolazione, cercando di garantire cibo ed istruzione a tutti, riuscendo, almeno parzialmente nel suo obiettivo. Fu poi un presidente progressista in molti campi, legalizzando il divorzio e annullando le sovvenzioni alle scuole private (cosa che irritò molto la forte comunità religiosa presente nel paese).

Ciò che non poteva essere accettato dagli americani furono le nazionalizzazioni, attraverso le quali lo stato entrò in possesso di tutte quelle attività che condizionavano lo sviluppo del paese (miniere, banche, grandi industrie).

Gli investitori statunitensi, che fino a quel momento avevano investito in Cile cifre molto importanti, soprattutto per quanto riguardava le aziende di estrazione del rame, videro quindi, di colpo, scomparire i propri guadagni.

Il sistema delle nazionalizzazioni portò dunque alla fuga dei capitali esteri che, unita all’embargo statunitense, fece schizzare l’inflazione oltre il 300%. L’obiettivo, in realtà, non era così sbagliato: la creazione di maggiori posti di lavoro per i lavoratori cileni ed una maggior uguaglianza sul lavoro, ma le aspettative furono deluse e le nazionalizzazioni alla lunga, oltre che al crollo del potere d’acquisto, portarono anche all’aumento della disoccupazione.

 

Ciò che avvenne dopo è abbastanza immaginabile. Nel clima di disordine sociale creato dall’inflazione si inserirono frange di estrema destra sponsorizzate direttamente dagli Stati Uniti. Il loro tentativo di colpo di stato venne fermato dall’esercito, ma soltanto un mese dopo, lo stesso capo dell’esercito: Augusto Pinochet, assediò la moneda (il palazzo presidenziale), la incendiò e prese il potere.

Allende, che si difese fino all’ultimo, si suicidò con il suo fucile per non cadere in mano al generale.

 

Sin da subito la repressione verso i sostenitori del vecchio regime sarà fortissima.

Moltissimi simpatizzanti di Allende verrano radunati nell’estadio nacionàl e molti di loro saranno torturati ed uccisi. Della maggior parte i corpi non verranno mai ritrovati, con un fenomeno analogo a quello che diverrà poi, pochi anni dopo, tipico dell’argentina: i “desaparecidos”.

 

A questo punto dobbiamo tornare al nostro protagonista, a Carlos Caszely, e lo facciamo come prima: usando di nuovo due immagini.

 

Nella prima lo si vede abbracciare, sorridente, Salvador Allende, prima di una finale di copa libertadores. Nella seconda, invece, lui è in piedi, così rigido da sembrare più alto del suo modesto metro e settanta, con le mani serrate dietro la schiena. Davanti a lui c’è Pinochet che cerca di stringergli la mano, ma senza successo.

Perchè? Perchè Carlos è socialista. Un socialista convinto.

 

Capitolo 2

 

LA PARTITA DELLA VERGOGNA

 

Mentre Pinochet prende il potere e Allende si suicida, la nazionale di calcio cilena si sta preparando per una delle partite più importanti della propria storia: lo spareggio di qualificazione mondiale contro l’Unione Sovietica.

 

L’andata si giocherà in Russia allo stadio Luzniki, pochi giorni dopo il golpe.

Pinochet in realtà, all’inizio, non vorrebbe giocarlo quello spareggio: i russi sono comunisti, sono il nemico, e poi hanno una bella squadra, il rischio di essere buttati fuori dai “rossi” è concreto.

Il medico della nazionale e il generale a capo dell’aeronautica convincono però Pinochet che giocare quella partita potrebbe essere importante, sia per ripulire l’immagine del governo dittatoriale agli occhi del mondo e sia per far dimenticare alla gente quello che sta succedendo nel paese.

 

In Russia, sopra un campo gelato, finisce 0 a 0, probabilmente anche grazie all’arbitraggio di Armando Marques, fervente anti-comunista. Il risultato lascia tutto in bilico, la qualificazione verrà decisa al ritorno, in Cile.

 

E Carlos Caszely? Carlos Caszely di quella nazionale è il fulcro.

E’ nato ventitrè anni prima, nel 1950. Sua madre è cilena e si chiama Olga Garrido, mentre suo padre, come suggerisce il cognome, è di origine ungherese e fa il ferroviere. Carlos, però, nel suo destino ha il calcio.

Esordisce con il colo colo, una delle squadre più titolate del Cile, a 17 anni, e vince il suo primo titolo nel 1970 quando di anni ne ha venti, ripetendosi due stagioni dopo.

E pensare che a vederlo non si direbbe proprio abbia il fisico dello sportivo.

Ha i capelli ricci, nerissimi, ed un paio di baffoni che lo fanno sembrare più vecchio di quanto sia; non supera il metro e settanta e sicuramente non può essere definito snello, per di più non è nemmeno particolarmente veloce.

Ha però un ottima tecnica e, soprattutto, un fiuto del gol innato: se la palla gli finisce tra i piedi mentre lui è in area, allora potete già aggiungere uno al computo dei gol, non sbaglia mai. Ed è per questo che i tifosi lo hanno soprannominato il re del metro quadrato, perchè non sarà così mobile, ma nel metro quadrato che occupa all’interno dell’area, lui è il re incontrastato.

Nel 1973, ormai, dopo aver perso la copa libertadores (ricordate la foto insieme ad Allende? Ecco, l’occasione in cui fu scattata era proprio quella finale), si è trasferito in Spagna, per giocare con il Levante.

Oltre a giocare a calcio, poi, Carlos studia e fa politica attiva, alle elezioni di metà mandato, tenutesi pochi mesi prima del colpo di stato, aveva addirittura fatto campagna elettorale per la rielezione di due parlamentari del partito comunista cileno

 

Torniamo alla nostra partita di ritorno.

Verrà giocata all’estadio nacional di Santiago. Vi dice qualcosa il nome? Dovrebbe.

E’ il luogo in cui erano stati rinchiuse tutte le persone che il regime considerava pericolose, di fatto, gli spalti erano diventati una prigione a cielo aperto, mentre negli spogliatoi si consumavano le fucilazioni e nei sotterranei le torture.

I sovietici questa cosa non possono accettarla. Già giocare in uno stato reazionario, nel quale i socialisti sono stati cacciati dal governo con la forza, non è il massimo. Giocarci in uno stadio nel quale sono stati commessi dei crimini atroci no. L’URSS non ci sta.

Con l’appoggio della Germania est e di alcuni stati africani ed asiatici chiede alla FIFA di spostare il luogo dell’incontro, o almeno di verificare le condizioni dell’impianto.

Abilio D’Almeida ed Helmuth Kaeser, vicepresidente e segretario generale della FIFA, arrivano a Santiago. Trovano il campo e gli spalti in condizioni perfette, quella della “prigione a cielo aperto” sembra essere un’invenzione assurda. Si potrebbe gridare allo scandalo, alla connivenza dei due impiegati con il regime, ma in realtà non è così. I prigionieri erano stati nascosti in anfratti dello stadio e nè Almeida nè Kaeser, avrebbero mai potuto vederli: quella partita ormai, per il regime, andava giocata ed andava giocati a tutti i costi lì: a Santiago.

 

L’URSS non si arrende ed invia al presidente della FIFA questo telegramma:                                      

Risaputo che a causa di sollevazione fascista deposto governo legale unità nazionale ora in Cile rivela atmosfera sanguinaria terrorismo e repressioni VIRGOLA                                                            Stadio nazionale pensato come sede partita trasformato da giunta militare in campo di concentramento luogo di esecuzioni di patrioti cileni STOP                                                                    Sportivi sovietici non possono al momento giocare nello stadio macchiato di sangue di patrioti cileni STOP.

 

La fifa risponde molto seraficamente che se i sovietici non si presenteranno perderanno 2 a 0 a tavolino.

Così accade, l’Unione Sovietica, dopo aver interpellato anche i giocatori e l’allenatore, decide di non giocare.

Il Cile andrà ai mondiali.

 

Pinochet però vuole celebrare la qualificazione con una delle più grandi farse che si siano mai viste in un campo di calcio.

Il copione prevede che nel giorno previsto per la partita i cileni entrino in campo, si passino la palla tra loro, fino a farla arrivare tra i piedi del capitano, che segnerà a porta vuota.

 

Il 26 Novembre succede esattamente questo. Al fischio dell’arbitro Rafael Hormazabal, prestatosi alla farsa, davanti ad uno stadio gremito di persone, i cileni si passano la palla l’un l’altro e il nono a toccarla è Carlos Caszely.

Anni dopo confesserà di aver passato la notte insonne, arrivando alla decisione che nel momento in cui la palla gli fosse arrivata tra i piedi l’avrebbe calciata fuori, in maniera simbolica.

Quando però la palla gli arriva davvero, non ci riesce. Sulle gradinate, in prima fila, ci sono tutti i generali ed ovviamente anche Pinochet; Carlos ha paura e passa il pallone a Francisco “Chamaco” Valdès, pure lui di chiare simpatie socialiste.

Anche Valdès, che di quel Cile è il capitano, vorrebbe spedire la palla fuori, ma, come Caszely, ha paura. Segna.

I tifosi esultano. Quella che poi verrà soprannominata “la partità della vergogna”, in quel momento, ha pienamente raggiunto lo scopo che il generale si era prefissato.

Negli spogliatoi, invece, Caszely e Valdès si vergognano per la loro codardia. Il primo ha un mancamento, mentre il secondo vomiterà per ore.

 

L’occasione di rifarsi, però, Carlos la trova pochi mesi dopo.

Prima che la squadra parta alla volta della Germania Ovest per disputare i mondiali, Pinochet vuole ricevere i giocatori e congratularsi con loro uno a uno.

 

Qua arriviamo alla nostra istantanea.

Tutti i giocatori stringono la mano al generale e scambiano un saluto con lui, tutti tranne Carlos. Quando Pinochet gli si para davanti e lo saluta, lui non risponde, e quando il generale cerca di porgergli la mano Caszely rimane immobile.

E’ un gesto che sfida il regime, un gesto che se fosse stato fatto da qualsiasi altra persona, avrebbe portato alla prigione, o peggio. Lui però può permetterselo, la nazionale non può privarsi di un talento del genere.

Nonostante questo, però, Pinochet medita la vendetta, e la vendetta arriverà presto.

DAI MONDIALI ’74 AL REFERENDUM DELL’88

 

Per il Cile i mondiali non saranno il trampolino di lancio che il regime aveva sperato.

E Carlos Caszely passerà alla storia per un motivo non certo lusinghiero, sarà il primo giocatore nella storia dei mondiali al quale verrà mostrato un cartellino rosso (fino a quel momento l’eventuale espulsione era comunicata dall’arbitro verbalmente).

I mondiali di Carlos finiranno al 67esimo minuto della partita d’esordio, contro i tedeschi dell’ovest, padroni di casa quando l’attaccante, innervosito, scalcia un avversario e viene cacciato dall’arbitro.

 

Il giorno dopo tutta l’opinione pubblica cilena si schiera contro di lui, i giornali di regime titolano ironicamente: “espulso per violazione dei diritti umani”. E’ la vendetta che Pinochet voleva.

Altri giornali si spingono ancora più in profondità: “si è fatto espellere per non giocare contro i suoi compagni di partito”.

 

Un momento. Se l’Unione Sovietica non si è qualificata, allora chi sono questi compagni di partito?

Sono i tedeschi dell’est.

Sì, ma il Cile ha giocato la prima partita contro la Germania Ovest, questo vuol dire che… esatto.

Germania Est e Germania Ovest giocano nello stesso girone.

 

Questa è una storia sulla quale vale la pena fermarsi un momento.

Il presidente della parte est, un po’ come Pinochet con la Russia, quella partita non vorrebbe nemmeno giocarla, perdere sarebbe una vergogna nazionale e la Germania Ovest è, probabilmente, la miglior nazionale del mondo.

Il suo numero due però lo convince.

Così il 22 giugno ad Amburgo, con gli elicotteri che sorvolano lo stadio dalle tre ore antecedenti al fischio inziale alle tre successive, va in scena la partita.

Gli occidentali sono favoritissimi, ma gli orientali sono ben messi in campo e la partita sembra dover finire in pareggio, ma ad un quarto d’ora dalla fine Jurgen Sparwasser, tedesco dell’est, salta due avversari, vince un rimpallo e segna.

La Germania dell’est vince la partita. E per anni, quando due tedeschi orientali si incontreranno dopo non essersi visti per molto tempo si saluteranno dicendo: “tu dov’eri quando segnò Sparwasser?”

La Germania dell’ovest, invece, vincerà i mondiali; per fortuna. Perchè altrimenti l’onta di quella sconfitta avrebbe perseguitato a vita i giocatori.

 

Sono mondiali strani quelli del ’74, oltre a Caszely e a Germania ovest-Germania est, c’è anche la prima squadra dell’africa nera: lo Zaire di Mwepu (del quale sicuramente racconteremo la storia) e l’Olanda di Crujiff: la squadra più forte a non averlo mai vinto il mondiale.

 

Sì, ma il nostro Cile?

Se ne torna subito a casa. Dopo la sconfitta con la Germania Ovest pareggia con quella dell’est e contro l’Australia.

Il capro espiatorio, ovviamente, sarà Carlos Caszely, che verrà estromesso dalla nazionale.

 

La sua carriera continua, lui gioca benissimo nel campionato spagnolo. Anche lì però ci sono dei problemi. Pure a capo della Spagna, in quel momento, c’è un dittatore di destra: Francisco Franco e quando il Real Madrid vorrebbe comprare Caszely, il dittatore, che di fatto controlla i “blancos”, lo impedisce.

Un socialista non può giocare nella “squadra di regime”.

Caszely dovrà dunque accontentarsi di giocare con l’Espanyol, la seconda squadra di Barcellona.

 

Torna in patria nel 1978, sempre con il Colo Colo, ed è subito capocannoniere del campionato.

Viene riconvocato in nazionale a furor di popolo e trascina, nel ’79, la sua squadra alla finale di Copa America.

 

Nel 1982 l’allenatore è praticamente costretto a portarlo ai mondiali, che si giocano proprio in Spagna.

Quei mondiali li vinceremo noi, e Tardelli, dopo il suo gol nella finale, si lancerà nell’esultanza più bella della storia del calcio, ma non è questo che stiamo raccontando.

Nella prima partita del girone il Cile gioca contro l’Austria, che va subito in vantaggio. A un certo punto però, l’arbitro fischia un rigore per il Cile e sul dischetto si presenta Caszely che sbaglia malamente la conclusione.

Il Cile esce dai mondiali senza totalizzare un punto, ma i giornali si accaniscono di nuovo soltanto su Carlos.

“L’ha fatto apposta come dispetto al governo” titolano a piena pagina; e Caszely, a onor del vero, non smentirà mai questa ipotesi.

Fatto sta che la sua carriera in nazionale si conclude lì, mentre quella di club continuerà per altri 3 anni.

 

La sua partita di addio al calcio diventa quasi una manifestazione contro il regime, con i tifosi che dagli spalti intonano canti a sostegno della democrazia, e la polizia che fatica a riportare l’ordine.

 

Qua si inserisce un nuovo aneddoto.

In un nuovo incontro ufficiale con Pinochet, quando Caszely ha ormai smesso di giocare, i due, per la prima volta, si scambiano qualche parola, ma il risultato, se possibile, sarà ancora più leggendario del precedente.

Caszely si presenta all’incontro con una vistosissima cravatta rossa e il presidente gli chiede: “lei la indossa sempre?” Caszely risponde: “Sì, la porto dalla parte del cuore”. Pinochet infastidito conclude dicendo che lui gliela taglierebbe, mimando il gesto delle forbici, mentre Caszely sorride sardonico.

 

La vera rivincita su tutto il regime Caszely, comunque, se la prende 3 anni dopo questo episodio, nel 1988.

Pinochet ha indetto un referendum: se vincerà il sì continuerà a governare, altrimenti si dimetterà, indicendo delle elezioni democratiche.

I sostenitori del no, hanno la possibilità di far passare in televisione uno spot di 15 minuti; cercano di basare la propria campagna elettorale sulla parola “Alegria” quell’allegria che il regime ha strappato alla gente, ma che il popolo potrebbe riconquistare.

Nello spot ad un certo punto compare una donna sulla settantina, vestita di bianco, il sottotiolo recita: Olga Garrido.

Olga comincia a parlare, dicendo di essere stata torturata dal regime e che le torture fisiche le può dimenticare, ma non può farlo con quelle psicologiche, poi conclude dicendo che voterà no, per una democrazia libera e senza odio. A questo punto l’inquadratura si sposta e compare lui: Carlos Caszely, con i soliti baffoni e i capelli ricci.

anche io voterò no, perchè la sua allegria è la mia allegria, perchè i suoi sentimenti sono i miei sentimenti, perchè domani potremo vivere liberi, in una democrazia, e soprattutto perchè questa signora è mia madre“.

 

Il no vincerà con il 55% dei voti, e Pinochet, dopo 15 anni di dittatura dovrà cedere il potere ed organizzare delle consultazioni democratiche.

Carlos, nonostante molti partiti tentino di farlo candidare, deciderà di non entrare in politica e si dedicherà al mestiere di giornalista sportivo, mestiere che pratica ancora oggi.

 

L’avevamo detto, questa, più che di uno sportivo, è la storia di un uomo, un grande uomo, coraggioso ed allo stesso umile.

La parte sportiva però non dimentichiamocela. Certo, se Caszely avesse rinnegato le proprie idee, avrebbe sicuramente avuto una carriera migliore, sia in nazionale che in Spagna. Nonostante questo però, con 29 gol in 49 partite, è il miglior realizzatore, in percentuale, nella storia della nazionale. Davanti a gente come Salas, Zamorano e Alexis Sanchez.

Carlos Caszely: un grande uomo ed un grande attaccante.

 

Condividi con #KoinervettiSocial


About CoordinatoreAdmin

Coordinatore e admin di Koinervetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *