Caparezza, il racconto di un prigioniero

La vita ci insegna che ci sono poche cose capaci di stampare un sorriso sul nostro volto, anche nelle giornate più nere. Per una basta bussare al portone della nonna domenica all’ora di pranzo, per un’altra fare due ore di fila sotto la pioggia battente di un uggioso sabato sera bolognese sapendo che ad aspettarti c’è il solito ragazzino pugliese un po’ cresciuto.

Sabato sera il signor Michele Salvemini, in arte Caparezza, ha aperto le porte del suo scrigno di capelli neri invitandoci ad una seduta psicologica da kolossal sullo sfondo dell’immensa Unipol Arena . “Prisoner 709” , questo il nome del nuovo album, prende la forma di un dialogo fra persona e personaggio, esorcizzando i dubbi e le paure intorno al temuto “Michele o Caparezza?”.
È proprio questa domanda la vera protagonista di tutto lo spettacolo, insieme all’immancabile fischio (acufene) che accompagna il rapper dal 2015.

Le luci si spengono alle 21.05, puntuali come un orologio svizzero,  pronte per dar inizio alle danze con la prima traccia dell’album, “Prosopagnosia”.
Caparezza entra in scena da una gigantesca bolla, liberato (o ingabbiato?) da uno stormo di corvi muniti di grandi chiavi di ottone. Gli improvvisi fasci di luce, le coreografie dei ballerini ed i costumi rendono l’atmosfera intima ed esplosiva allo stesso tempo creando un vortice di surrealtà crescente.
L’esplosione continua con i bassi potenti e cadenzati di “Prisoner 709”  e “Confusianesiamo”, scivolando in una delle canzoni più emozionanti del disco: “Una chiave”.

Intorno a me tredicimila persone urlano all’unisono, incantati nel vedere quel cespuglio nero librarsi in aria a bordo di una chiave alata. Boato, pelle d’oca.

In un attimo la carica si attenua con il ritmo giocoso di “Ti fa stare bene” che ci da letteralmente un motivo per tirarci su di morale, ma la calma è solo apparente.
Per la prima volta in tutto lo spettacolo Caparezza prende parola e si addentra in un ironico botta e risposta con il suo fedele compagno di viaggio. “Larsen”, per gli amici.

La catarsi culmina con i cori di “Prosopagno Sia!” e, finalmente, riprendiamo fiato. Per poco.

Michele si riveste prontamente della la sua irriverenza e, dopo una bella chiacchierata, conclude in bellezza stendendoci con una raffica delle sue canzoni più famose. Ed io che pensavo mancasse un mese a Natale..

“Solo la retorica è rimasta la stessa” cantava in Verità Supposte (2003),  ed ancora “voglio passare ad un livello successivo” in Le Dimensioni del mio Caos (2008).  Il buon Caparezza è solito rinnovare il suo stile, questa volta in modo intimo ed inaspettato, generando qualche perplessità tra i fan più tradizionalisti.

Il timoroso Michele di “Dualismi” (Verità Supposte) ha finalmente preso coraggio, ha reclamato la prima parte del concerto dominandola con un flusso di coscienza senza fiato. A Caparezza il duro compito di farci ballare fino ad esaurire le forze nella seconda parte dello spettacolo. Una trasformazione che caratterizza l’intero spettacolo dividendo di netto mente e cuore, “Dr. Jeckyll diventa Mr.Hyde” e ci trasporta in un’altra dimensione.

 In questa sorta di duello con la sua “parte intollerante” a vincere è stata di nuovo la voglia di mettersi in gioco, dimostrandoci che a volte la rivoluzione comincia puntando il dito verso se stessi, che non c’è nulla di male perché esiste sempre una soluzione, una chiave.

La curiosità di un bambino o il peso degli anni, critica sociale o autocritica, libero o prigioniero, Michele o Caparezza? Chiunque tu sia, tornerò a trovarti presto. “Mi fa stare bene”.

Andrea Bomprezzi 

Condividi con #KoinervettiSocial


About CoordinatoreAdmin

Coordinatore e admin di Koinervetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *