Bon Iver: La Primavera Fuori di Noi

Bon Iver: La Primavera Fuori di Noi

21 Marzo 2019 Di Haron Dini

«Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.»

Charles Baudelaire

For Emma, Forever Ago era soltanto un fantasma, che poi è andato a sfumarsi… Era un fantasma che viveva in un inverno solitario, esiliato in un capanno, tra i boschi del Wisconsin, e che si smaterializzerà lì. Nonostante le canzoni che troviamo nel disco dedicato a Emma abbiano cavalcato e cavalchino ancora le Top inglesi, quel periodo non riguarda più Justin Vernon e affronterà quella che sarà una nuova stagione, nuovi colori, incontri, esperienze, profumi… Tutte quelle cose che porteranno cambiamenti e aggiunte al nuovo sound del suo secondo album, che rappresenta la primavera, dal titolo che porta il nome della sua creatura: Bon Iver.

La prima impressione che colpisce lo spettatore è che questo sia un viaggio, ma ciò viene smentito da Justin Vernon, dicendo che era partito con quel pensiero ma che in fondo non trovava la meta. È stato un lavoro molto lento, ancora il sentiero doveva essere tracciato, ma questo disco se lo sentiva suo, più che mai, prima o poi uno sbocco sarebbe arrivato. Colin Stetson al sax, Greg Leisz agli effetti di chitarra, le orchestrazioni di Rob Moose, tutti quanti dei tasselli preziosissimi che vanno a creare pian piano questo nuovo linguaggio.

Il tutto viene concepito in una ex clinica veterinaria nel Wisconsin, usata come studio di registrazione, ad appena pochi chilometri dalla casa dove Vernon è cresciuto e dove i suoi genitori si sono incontrati per la prima volta. Qui si sperimentano nuove suggestioni e atmosfere, cori e altre magie, oltre alla chitarra chiaramente, già sperimentata nel precedente EP Blood Bank.

La Tracklist

In questo album la chitarra viene portata ad un livello leggermente superiore. Si sente che Justin ha una storia da raccontare, una storia ripartendo da zero, dove il rifugio silenzioso di For Emma, Forever Ago si trasforma in qualcosa di onirico e colorato. Questo nuovo racconto inizia da Perth, le note mistiche di chitarra, un rullante militare che poco a poco prende piede e il falsetto di Justin creano il sound perfetto, primaverile, il tutto accompagnato da un sax soave. La canzone si conclude collegandosi con quella successiva.

Di punto in bianco ci troviamo in Minnesota, WI. Una chitarra in clean, con un po’ di delay crea uno strato delicato dove l’ascoltatore si riposa e ascolta il falsetto simpatico di Justin. Tutta quanta la canzone è curatissima e per dare un tocco in più viene aggiunto un pizzico di elettronica per smorzare la calma.

Il linguaggio sta prendendo forma, e la traccia successiva la considero il cuore del disco: Holocene, una chitarra acustica crea il tutto, ma gli strumenti chiave che percepiamo subito sono lo xilofono e il basso. Questi due strumenti creano quell’incantesimo dal quale ogni ascoltatore vorrebbe essere colpito, in più ci mettiamo una tromba dal suono dolcissimo a metà canzone… Il gioco è fatto. Un capolavoro, uno dei pezzi folk più belli degli ultimi 7/8 anni.

Il viaggio continua, in lontananza vediamo delle torri, cosa vuol dire? La quarta traccia del disco, Towers, si apre con un leggero eco di suoni e, come Justin ci ha sempre insegnato, chitarra e falsetto da soli sono il 70% della canzone. Infine si aggiunge un’orchestra a fine brano, dove tutto quanto prende un po’ più di luce.

Ci troviamo in un prato verde, è quasi sera, ma ancora si sente l’aria calda del giorno, rimane poco prima che tutto quello che ci circonda si faccia più freddo e notturno. Questo nuovo step si intitola Michicant, i suoni crepuscolari e il folk ci fanno sentire più coraggiosi di fronte ad una ambientazione che da un momento all’altro, può prendere una svolta di tensione, se non di paura. Justin ci rassicura e ci presenta un’altra chicca del disco.

Nel brano successivo ci svegliamo, la notte è passata tranquillamente ma il viaggio non è ancora finito. Continuando a camminare e ascoltare i suoni di Bon Iver, ci addentriamo in Hinnom, TX. I suoni sono elettronici, stuzzicati da un sound “Wave”, se così vogliamo chiamarlo. Un sound riflessivo, che per ora non ha destinazione, come questa ambientazione che è solo una strada deserta, dove maciniamo chilometri e chilometri aspettando qualcuno o qualcosa. La strada piano piano si fa sabbia e aria salmastra ci soffia davanti al viso.

La successiva si chiama Wash e un pianoforte dà il via libera a tutto, le orchestrazioni donano quell’effetto mistico/romantico dove la speranza ora non si fa sentire.

Una sola distrazione e ci catapultiamo in Calgary sospesi tra il tempo e lo spazio, che sembra infinito.

«Don’t you cherish me to sleep
never keep your eyelids clipped
hold me for the pops and clicks
I was only for the father’s crib»

La voce di Justin e le tastiere creano questo schema universale, non alla portata di tutti. In certi momenti la voce si eclissa dietro i suoni eterei, in altri invece vengono “ovattati”, come se fossimo chiusi in una bolla di sapone, fluttuando, dove possiamo osservare tutto quanto dall’alto. In due minuti circa siamo sommersi in questo mare astrale, e poi tutto quanto si trasforma, il pezzo prende ancora una svolta elettronica per poi passare ad un Post-Rock molto soft.

Atterriamo in Lisbon, OH, un intermezzo di un minuto e quarantacinque secondi, che accompagna il viaggiatore verso l’ultima destinazione.

Una luce fortissima punta verso Beth/Rest dal sound New Wave/Pop anni ’80, ricordando vagamente i lavori solisti di Phil Collins. Una vera chimera artistica, dove in alcuni punti Justin chiede l’utilizzo dell’autotune ma solo per scopo artistico e non correttivo di qualche stonatura vocale, infatti il risultato si sente e come dargli torto. Il viaggiatore si sente sollevato da tutto ciò, rinato, come lo è Justin in fondo.

Bon Iver, un viaggio senza meta.

Bon Iver è un viaggio dove la meta non è programmata, dal sound che ricorda la primavera, scongelato dai suoni invernali del precedente album For Emma, Forever Ago. Ma questo senso di gelido a Justin rimarrà per sempre, tra l’altro, anche il suo nome d’arte Bon Iver è una storpiatura di “Bon – Hiver” che in francese vuol dire “buon inverno”.

Tutto una coincidenza non trovate? Ma a parte questo, il disco è un mondo da esplorare, che ha tanti confini, punti di vista e orizzonti, dove ogni luogo ha una sua stagione. Qui affrontiamo la rinascita di Justin Vernon, come la primavera. Il fantasma di Emma è soltanto un brutto ricordo, ma e da lì che partito tutto, Il primo e vero successo. Un disco morbido, fragile, che ha bisogno di essere capito in ogni singola nota, per i romanticoni come me, che sperano sempre in qualcosa di bello da avere. Ora la meta è soltanto l’omonimo album Bon Iver, e da lì andare avanti, su altre mete, dove le aspirazioni arrivano a tradursi in forme sempre più compiute.

Il vostro amichevole Haron Dini di quartiere.

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