Auditorium: Weather Report – “Heavy Weather”

Cari lettori,
 
Oggi, dopo una lunga assenza, torna la rubrica “Auditorium” e lo fa con un articolo che era da molto tempo che pensavo di scrivere. L’occasione inoltre si presenta favorevole poiché quest’anno ricorre la singolare coincidenza di tre importanti anniversari: i 10 anni dalla scomparsa del tastierista Joe Zawinul, i 30 anni da quella del bassista Jaco Pastorius e i 40 anni dall’uscita del più apprezzato e riuscito lavoro della band che li ha visti protagonisti insieme: i Weather Report.
Il disco in questione è “Heavy Weather”, prodotto dalla Columbia Records nel 1977.
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Unanimemente considerato una pietra miliare nella storia della musica, l’album condensa al suo interno il perfetto connubio tra il mondo del Jazz, già carico della sua passata esperienza e tradizione, e quello del Rock, nel suo periodo aureo e di maggiore maturità espressiva, grazie ad un ensemble internazionale di musicisti dalle più diverse estrazioni, i quali hanno saputo rendere questo disco unico ed eccezionale. La forma dell’album, ottavo nella storia del progetto creato da Joe Zawinul e Wayne Shorter, è il risultato di un percorso che, dall’avanguardia elettrica e sperimentale intrapresa nei primi lavori, ha condotto a un esito innovativo ed originale ma al contempo anche fresco e godibile, dove acquisiscono pari valore sia la composizione che l’improvvisazione.
Uscito nel Marzo dal ‘77, Heavy Weather vede la partecipazione di Shorter al Sassofono, Zawinul alle tastiere/sintetizzatori, Alejandro “Alex” Acuña alla batteria/percussioni, Manolo Badrena alle percussioni e alla voce e Jaco Pastorius al basso elettrico. Il cambio di passo rispetto agli altri lavori della band, ma già ravvisabile nel precedente “Black Market”, è sicuramente dovuto alla partecipazione dello stesso Pastorius, il quale contribuisce come virtuoso bassista ma anche come compositore e polistrumentista. A tale proposito lo stesso Zawinul disse di lui:
<< Jaco si era creato uno spazio tutto per sé, perché era diverso dagli altri bassisti dell’epoca. C’era della magia in lui, lo stesso tipo di magia che aveva Jimi Hendrix. Era un esecutore esaltante è un grande musicista. Ed è grazie a lui che i ragazzi bianchi cominciarono a venire ai nostri concerti. Prima che arrivasse Jaco, eravamo considerati una sorta di Jazz band esoterica, avevamo successo nei campus universitari; con lui, invece, cominciammo a fare il tutto esaurito nelle grandi sale da concerto, ovunque andassimo>>
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Ma facciamo un passo indietro:
 
I WR vennero fondati alla fine degli anni ’60 da Joe Zawinul e Wayne Shorter come una sorta di spin-off musicale, derivato dal circolo di artisti che gravitavano nell’orbita del trombettista Miles Davis, all’epoca delle sessioni di registrazione dell’album “Bitches Brew”. Non fu certamente l’unico: tantissimi che avevano lavorato con Davis in quel periodo intrapresero carriere soliste o fondarono gruppi d’indiscusso valore, i quali andarono poi a fondare quella scuola nota come “Fusion”. Zawinul, pianista bianco di origine austriaca, già autore del brano (reso celebre da Miles Davis nell’album omonimo) “In a Silent Way”, fu tra i primi a comprendere il potenziale della nascente strumentazione elettrica, capace di dare possibilità timbriche pressoché infinite ai musicisti (come testimoniato da dischi come “I Sing The Body Electric”), mentre Shorter, stimato virtuoso del sax tenore, seppe portare una nuova vena creativa con la composizione di nuovi temi distaccandosi dalla tendenza tipica del Jazz di suonare solo standard consolidati dove improvvisare sopra. Il percorso iniziale della band fu totalmente improntato verso la sperimentazione e l’innovazione, con lunghi brani carichi d’improvvisazioni.
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Gli unici punti cardine in un progetto costantemente in divenire furono sempre Shorter e Zawinul, alternando continuamente gli altri musicisti di disco in disco. La svolta, se così si può definire, avvenne nel 1976 con “Black Market” e l’arrivo al suo interno di Jaco Pastorius al basso elettrico per sostituire, per soli due brani, un giovanissimo Alphonso Johnson. Questo approdo, unito alla propensione per la composizione di Shorter, la sperimentazione timbrica di Zawinul e la fortunata coppia ritmica formata da Acuña e Badrena, furono gli ingredienti che, conditi con il giusto stato di grazia, permisero la creazione di un lavoro totalmente nuovo e sincretico di molte esperienze: la musica etnico\latina, il ritmo Funk, le armonie del un Jazz e infine un’attitudine da vera e propria Rock band. In meno di un anno il quintetto diede così alla luce Heavy Weather, con la sua celebre copertina del cappello da reporter sotto la pioggia.
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L’album si compone di 8 traccie: si apre col botto grazie al brano piu noto della band, “Birdland”, composto da Joe Zawinul come un tributo all’età d’oro del Jazz e il cui stesso nome è omaggio al famoso locale newyorkese dove molti grandi maestri del genere avevano mosso i primi passi. Zawinul dichiarò di essersi ispirato per la sua stesura alle armonie delle orchestre di Count Basie, e il brano stesso negli anni successivi è stato oggetto di molte cover tra cui una, con testo originale cantato a quattro voci, dei Manhattan Transfer. Il secondo brano è anch’esso un classico della band: “A Remark You Made”, una lenta ballad scritta da Zawinul per far risaltare la timbrica del basso fretless di Pastorius usato sorprendente in modo melodico oltre che ritmico. Il terzo brano, “Teen Town”, dello stesso Pastorius, è considerato il manifesto stesso del basso elettrico, dove l’autore dà prova di tutte le sue incredibili doti di polistrumentista suonando sia il basso che la batteria. Il quarto, “Harlequin”, assimilabile anch’esso ad una ballad e composto da Shorter, si alterna tra motivi suonati al piano (classico ed elettrico) e al sax. Il quinto brano, “Rumba Mama”, è il piu atipico dell’album: si tratta infatti di una registrazione live eseguita durante un concerto della band a Montreaux nel ’76 (il cui rarissimo filmato è stato pubblicato solo nel 2007) che contiene un duetto di percussioni e voce tra Manolo Badrena e Alex Acuña, fortemente ispirato dalle atmosfere cubane ed unico brano cantato in tutto l’album. A seguire troviamo “Palladium”, composizione di Shorter che prende il nome dall’omonimo elemento chimico, dove si vedono alternarsi un tema frammentato suonato da piano e sax contrapporsi a un incessante linea ritmica di basso. Il settimo brano, “The Juggler”, è una creazione di Joe Zawinul dove l’autore si permette di sperimentare al massimo la sovrapposizione di suoni di tastiera, piano e sintetizzatori, usati come tante voci per generare un’atmosfera quasi onirica in cui s’innesta il sax di Shorter e le ritmiche sincopate di Acuña e Badrena. L’album si conclude infine con un’altra composizione di Jaco Pastorius, “Havona”, dove le linee di basso elettrico svettano trionfali cavalcando un ritmo swing forsennato, facendo da base perfetta per le larghe improvvisazioni melodiche di piano e sax.
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Il successo raggiunto da Heavy Weather fu tanto inaspettato quanto irripetibile. Pastorius lascerà la band nell’82, per poi morire tragicamente al culmine di una spirale autodistruttiva di alcool e droghe, in seguito alle percosse subite da un buttafuori all’esterno di un locale nel 1987. I Weather Report si sposteranno definitivamente sulla strada del Funk elettrico voluta da Zawinul per poi sciogliersi definitivamente nell’86. Ultimo, indiscutibile canto del cigno è il disco live “8:30” del 1979, costituito dal meglio della band sino a quel momento.
L’eredità che la band e i suoi membri hanno lasciato a tutto il mondo della musica è immensa e incalcolabile ancora ai giorni nostri sia in termini d’innovazione tecnica che d’ispirazione. Consiglio a tutti di (ri)scoprirne l’ascolto. 
 
Un saluto a tutti, Nicolò Guelfi.

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About Nicolò Guelfi

Sono uno studente di filosofia presso l'Università degli studi di Siena. Mi sono diplomato presso il liceo scientifico "Città di Piero" di Sansepolcro (AR). Appassionato ascoltatore e musicista, spero di poter mettere al servizio dei lettori la mia personale esperienza per aiutare tutti ad approfondire e divulgare la conoscenza della musica "di qualità", perché, parafrasando Oscar Wilde, non ha senso operare altre discriminazioni se non quella tra "musica fatta bene" e "musica fatta male".

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