Auditorium: Talk Talk – It’s My Life

Auditorium: Talk Talk – It’s My Life

27 Febbraio 2019 Di Nicolò Guelfi

Cari lettori,

La scomparsa di Mark Hollis, voce, volto, cuore e mente dei Talk Talk, band inglese simbolo della decade degli ’80, ha sorpreso tutti e ancora adesso le cause non sono state totalmente chiarite.
Questo fatto mi ha portato a rispolverare la loro produzione e ho pensato che fosse giusto commemorare un artista scomparso, così ho scelto uno dei lavori più apprezzati che quasi tutti (almeno di nome) potranno ricordare:

Oggi parliamo di It’s My Life.

 

La cover dell’album realizzata da James Marsh

Il 1984 si è dimostrato ben diverso da come lo immaginava George Orwell 36 anni prima nell’opera omonima, ma comunque possiamo dire che conserva ancora ai nostri occhi un’aura di singolarità.

Il disco è uscito proprio nel febbraio di quell’anno ed è distante da noi nella linea del tempo quanto lo è dall’opera di Orwell.

In questi giorni, 35 anni fa, usciva il secondo lavoro in studio del trio inglese (confermando ancora una volta che “il II° album è sempre il più difficile della carriera di un artista”) formato da Mark Hollis (voce e chitarra), Lee Harris (batteria), Paul Webb (basso). Il trio inoltre è affiancato dall’amico, produttore e collaboratore storico Tim Friese-Greene ai sintetizzatori e alle programmazioni.

Talk Talk singer Mark Hollis, portrait, London, United Kingdom, 1990. (Photo by Martyn Goodacre/Getty Images)

L’album, che riscosse successo soprattutto nel continente europeo, esprime pienamente un’estetica ed una poetica molto in voga in quegli anni, proseguendo un discorso musicale già portato avanti da altri gruppi coevi come i Roxy Music e Talking Heads prima e gli Spandau Ballet, i Tears For Fears e i Duran Duran dopo, giusto per citarne alcuni.

Un Rock molto Pop, glitterato, pieno di paillettes, di suoni morbidi e sognanti, tastiere e synth come se piovesse, le prime batterie elettroniche e drum machine, un uso massiccio di riverberi e delay e – last but not least – tutti i finali rigorosamente in fade-out.

Questo panorama – che viene genericamente indicato sotto il nome di New Wave -, ormai così stereotipato e lontano nel tempo, non ha portato solo capolavori ma, come tutti i fenomeni commerciali di massa, anche tanta immondizia musicale.
Non è questo il caso di It’s My Life, che può essere considerato di diritto una delle espressioni più nobili di questo movimento, come si può constatare già a partire dalla stessa tracklist:

Il Lato A

Il disco su apre con l’ultimo singolo estratto: Dum Dum Girl, brano onirico dal ritmo ipnotico, completato dall’iconica voce di Hollis che con il suo freddo accento inglese trasporta l’ascoltatore in un mondo di insicurezze e di angosce, per poi nella strofa ribaltare totalmente l’atmosfera mostrando tutta la capacità espressiva del gruppo.

Cover Such a Shame
La cover del singolo “Such a Shame” (fonte: Cultura a Colori)

Il secondo brano, seguendo una formula non scritta ma ormai consuetudinaria, è uno dei singoli trainanti dell’album: Such a Shame, successo mondiale del gruppo e probabilmente anche loro monito per i posteri, fu scritto e composto interamente da Mark Hollis.

Il testo, criptico ed ermetico – ispirato dal romanzo di Luke Rhinenhart “L’uomo dei dadi” -, potrebbe essere interpretato come un riferimento alla critica del gioco d’azzardo come suggerito la dalla copertina del singolo. Il testo si contrappone alle musiche patinate, caratterizzate dalla batteria elettronica, dal basso fretless, dal piano e soprattutto dall’iconico synth martellante nel ritornello.

A seguire troviamo Renée, brano più lungo dell’album, anch’esso composto da Hollis, che si presenta come una lunga love song melanconica dove l’autore si rivolge all’amata lamentando come il tempo passa e le strade cambino.
L’arrangiamento è un tripudio estetico che strizza l’occhio al Jazz, con l’inserimento di una tromba, il basso fretless che esprime tutte le sue possibilità timbriche e i synth che danno al ritornello la sua atmosfera struggente.

La Title Truck

A chiudere il lato A dell’album troviamo la title track: It’s My Life è probabilmente l’essenza stessa non solo dei Talk Talk, ma anche di tutta una decade. Nella canzone è possibile ritrovare gli stereotipi degli anni ’80 e al contempo la critica degli stessi.

Nel periodo aureo dei videoclip musicali, in cui MTV la faceva da padrone, si poteva assistere, oltre che alle più discutibili scelte di make-up e look degli artisti, anche alle più dubbie prove di lip-syncing nei videoclip in rotazione. Il fatto di dover sincronizzare il labiale del cantante del video con la traccia audio del brano (“fare il pesce” in gergo) ha da sempre creato non pochi problemi.

Il primo videoclip di It’s My Life, girato da Tim Pope, è composto di filmati tratti da documentari sulla natura, cui s’inframezzano scene di Mark Hollis a passeggio per lo zoo di Londra con la bocca chiusa o volutamente censurata da righe disegnate. Una delle più intelligenti forme di satira al mondo del playback e del lip sync che si siano mai viste, in un mondo in cui il fenomeno era appena nato e già dilagante.


Oltre ad essere uno dei classici più trasmessi dai canali musicali, “It’s My Life” è stato uno dei primissimi videoclip pubblicati su YouTube

Il Lato B

La seconda faccia del disco si compone di brani poco noti al grande pubblico, ma già a partire da Tomorrow Started si capisce che la musica è sempre quella: su una base campionata si muovono gli accordi di una chitarra acustica e sopra di essi le note di sintetizzatore. Il brano si sviluppa fino a culminare nei versi

“I’m just the first that you’ve take,

Are there reasons everybody pays?”

Per poi lasciare spazio ad un breve quanto commovente assolo di sintetizzatore.

A seguire troviamo The Last Time, brano caduto nel dimenticatoio ma assolutamente notevole sotto il punto di vista dell’arrangiamento: il brano si caratterizza come molto più Rock, in particolare per linea di basso. Infatti a suonare il basso in questo brano è Phil Spalding, già bassista per Mike Oldfield, il quale prende il posto di Paul Webb per un solo brano poiché quest’ultimo preferiva nettamente l’uso del basso fretless, caratterizzato da armonici più rotondi e slide più morbide. Hollis e Friese-Greene ritenevano che The Last Time necessitasse di una linea di basso dal suono più marcatamente Rock e Spalding accettò di dare il suo contributo pur senza essere accreditato.

Frame tratto dal videoclip di “Such a Shame”

Il settimo brano è Call in the Night Boy e anche questo come il precedente presenta un arrangiamento molto più Rock, con basso e batteria serrati e due notevoli assoli di pianoforte di Fiese-Greene.

Prima del gran finale invece troviamo Does Caroline Know? che strizza l’occhio alla world music con un lungo intro di percussioni acustiche, elettroniche, synth, per poi lasciare spazio alla voce evanescente di Hollis.

Il disco si conclude in bellezza con It’s You, brano cupo in cui Hollis dà il massimo con la propria voce, raggiungendo vette commoventi e giocando con l’effetto delay. A metà brano è possibile riconoscere un breve solo di synth che ricalca evidentemente quello di Such a Shame, formando una sorta di easter egg inaspettato e chiudendo il cerchio dell’album.

Ponte tra passato e presente

Il parere di chi vi scrive è che gli anni ’80 siano un po’ lo spartiacque tra la storia e la contemporaneità. È il periodo in cui l’uso massiccio dell’elettronica ha cambiato il modo di comporre e in cui la nascita dei videoclip e dei canali televisivi dedicati ha reso la musica anche e soprattutto un fatto visivo, rovesciando completamente le logiche di mercato e le priorità artistiche di artisti e produttori.

Ancora oggi gli stilemi imposti in quel periodo stanno dominando il business e si possono riconoscere in gran parte della musica odierna tecniche e sound che sono stati sdoganati in quegli anni (rullanti a panettone, tastiere e synth molto retrò e tutta un’estetica adottata dalle band).

Quello che molti hanno sottolineato nelle ultime ore è che Hollis fosse in contrasto con questo mondo dell’immagine. Molti lo considerano ancora oggi un innovatore che quasi per caso si è trovato a calcare la strada del successo. Un antidivo che dopo aver dato la dignità di musica d’autore a dei brani Pop, ha deciso misteriosamente di uscire dai riflettori ormai oltre 20 anni fa. Un artista che se n’è andato improvvisamente tra lo stupore del pubblico che non lo aveva ancora dimenticato.

Un saluto, Nicolò Guelfi

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