Auditorium: Steely Dan – Aja

Auditorium: Steely Dan – Aja

30 Gennaio 2019 0 Di Nicolò Guelfi

Cari lettori,

Le ragioni per cui ascoltiamo musica sono tante: essa c’ispira, ci emoziona, ci eccita, ci fa pensare e ci aiuta a rilassarci. I parametri con cui possiamo giudicare un brano, un disco o un artista sono anch’essi molti, come i modi in cui possiamo evidenziarne pregi o difetti. Oggi voglio parlare di un album che, senza mezzi termini, considero straordinario e capace di primeggiare sotto ogni prospettiva lo si guardi. Una pietra miliare troppo spesso dimenticata, molto popolare oltreoceano ma in Europa ancora appannaggio di pochi appassionati: oggi parliamo di Aja degli Steely Dan.

Il disco

Uscito nel ’77 e prodotto da Gary Katz per la ABC Records negli studi di Los Angeles, è il sesto album nella carriera degli Steely Dan, iconico duo formato dal tastierista e cantante Donald Fagen e dal chitarrista Walter Becker. Aja (da leggersi con la pronuncia inglese della parola “Asia”) fu composto dai due e realizzato grazie all’aiuto di oltre quaranta session man, tra i quali svettano i nomi di Steve Gadd, Bernard Purdie e Wayne Shorter.

Tutti i precedenti lavori del duo erano stati contraddistinti da una sapiente capacità di coniugare i virtuosismi e le raffinatezze del Jazz con un’attitudine Rock, per produrre risultati commerciali a livello Pop. Il fatto viene dimostrato da singoli di successo come Do It Again e Rikki Don’t Lose That Number.

Con Aja questo principio viene portato all’estremo. Il disco è probabilmente il più ambizioso e tecnicamente elaborato nella storia degli Steely Dan. L’esperimento, condito da un’enorme dose di perfezionismo, richiese non solo un enorme capitale tecnico ed umano ma anche una notevole quantità di tempo e stress da parte dei musicisti. Costretti a suonare i brani per ore, i session man registrarono decine di take alla volta in attesa di trovare quella che avrebbe soddisfatto le orecchie di Fagen e Becker.

La perizia in studio e il grande lavoro di ingegneria del suono rendono il disco un esempio di qualità audio che sfiora la perfezione, al punto da essere usato ancora oggi come metro di paragone per verificare la qualità degli impianti audio.

Il lato A

Il disco si compone di sette brani, uno più bello dell’altro e ciascuno arricchito di perle e virtuosismi che aiutano a sottolinearne la caratura.
Si apre con Black Cow, brano R&B dai forti tratti psichedelici. Un basso distorto suona il riff principale, abbellito dalle note di un Fender Rhoads e da una sezione di fiati eccezionale diretta dal sassofonista Tom Scott, mentre Fagen racconta la storia di un amico caduto in disgrazia, trovato ubriaco in un bar intento a scolarsi l’ennesimo Black Cow (drink da cui prende nome il brano).

La Title Track

A seguire troviamo Aja, brano eponimo dell’album. Una lunga suite Jazz di 8 minuti, il brano più lungo e più ambizioso nella carriera del duo, in cui è condensato tutto ciò che di bello si possa chiedere: parti di piano e chitarra morbide e sognanti, le strofe malinconiche che si aprono tutte con il verso “Up on the hill”, e le parti strumentali tra le più belle che si possano immaginare. La storia dietro il nome dell’album/brano è stata spiegata da Becker in un’intervista, nella quale racconta del fratello di un suo compagno di liceo, il quale durante la guerra di Corea si era innamorato e sposato con una donna del posto chiamata proprio Aja. La storia parve ai due tanto romantica da volerle dedicare un brano in cui trasmettere la bellezza di vivere in pace con la donna amata lontano dal mondo.

Alle strofe cantate si alternano lunghe strumentali lente e rilassate, condite da assoli di chitarra e di marimba, finché non arrivano come un fulmine a ciel sereno gli assoli congiunti di sax e batteria di Wayne Shorter e Steve Gadd, capaci di suscitare stupore e meraviglia ogni volta. È l’incontro di due mostri sacri della musica Jazz-Rock, il tutto suonato con un interplay pazzesco. Caso singolare riguarda proprio Steve Gadd, il quale pare abbia registrato il brano con sole due take. L’assenza del batterista nel documentario prodotto dagli Steely Dan sul making of dell’album ha portato i fan a credere che ci fossero stati dei dissapori tra i tre, cosa però chiaramente smentita dal suo ritorno nell’album successivo Gaucho.

Il terzo brano è uno dei più famosi del repertorio degli Steely Dan: Deacon Blues nacque nel ’76 a casa di Fagen per merito della squadra di football dell’università dell’Alabama. Il tastierista disse che, se loro potevano avere un nome grandioso come “Crimson Tide”, anche i nerd e i perdenti meritavano un nome altrettanto straordinario. Il titolo fu infine ispirato dal giocatore dei “Los Angeles Rams” Deacon Jones. Il testo narra in prima persona la storia di un uomo maturo, stanco e alienato dalla propria esistenza, che sogna di diventare un sassofonista Jazz e vivere la vita del musicista. Iconici i versi:

“Drink scotch whisky all night long

and die behind the wheel

they got a name for the winners in the world

I want a name when I lose”

Qui si evidenzia tutto il talento del duo non solo come interpreti e compositori ma anche come raffinati parolieri.

Walter Becker e Donald Fagen alla fine degli anni ’70

Il lato B

Al quarto posto troviamo quello che è il singolo trainante dell’album e probabilmente uno dei brani più famosi in assoluto del duo californiano: Peg, brano Funky ritmato che rientra nella formula radiofonica dei 3 minuti, ma non per questo banale o scontato. Il brano infatti richiese moltissimo lavoro e furono ingaggiati ben sette chitarristi prima di riuscire a trovare il giusto sound con l’arrivo di Jay Graydon (il quale impiegò ben sei ore prima di raggiungere il risultato finale). Rick Marotta, batterista in questo pezzo, definisce Peg come uno dei brani più straordinari in cui abbia suonato. Non ci sono versioni ufficiali che lo confermino, ma si pensa che il titolo faccia riferimento all’attrice Peg Entwistle, morta suicida nel 1932.

Al quinto troviamo invece Home at Last, affascinante brano da viaggio e pietra miliare del groove. In questa sede la prova migliore è certamente quella data dal batterista Bernard “Pretty” Purdie, il quale suona quello che passerà alla storia come il mitico “Purdie Shuffle”: un ritmo terzinato dal tempo dimezzato che, oltre a vestire la canzone come un guanto, sarà di grandissima ispirazione per tantissimi altri batteristi a venire. Per citare solo i più famosi, si sono dichiaratamente ispirati a questo groove John Bonham dei Led Zeppelin nella canzone Fool In The Rain, tratta da In Through The Out Door del ’78, e Jeff Porcaro dei Toto in Rosanna da Toto IV dell’82.

Il ritmo piacque così tanto a Fagen e Becker da richiamare Purdie per suonarlo nuovamente nell’album Gaucho nella canzone Babylon Sister. Tra le altre caratteristiche notevoli svetta un iconico assolo di diamonica e l’ipnotica linea dei fiati.

A seguire troviamo I Got The News, brano che strizza l’occhio all’Honky Tonk e al Funk con un ritmo sincopato e un piano apparentemente scordato suonato all’unisono con un vibrafono.

A chiudere l’album troviamo infine Josie, terzo ed ultimo singolo estratto dall’album. Il brano riesce a fondere elementi diversissimi, con accordi Jazz, ritmiche Dance, giri di chitarra Funky, la voce di Fagen che tocca i livelli dei cantanti R&B della Motown, tutto accompagnato dai sempreverdi fiati Soul. Notevole il ritornello che cresce fino esplodere nei versi:

“she prays like a roman

with her eyes on fire”

L’assolo di chitarra è uno dei pochissimi suonato dallo stesso Becker in tutto l’album.


Steely Dan, una filosofia

Aja rappresenta sotto molti aspetti l’apice della carriera degli Steely Dan, in cui la qualità e l’impegno profusi nella creazione sono ripagati da un enorme successo commerciale. Quello che passa da questo disco è anche la difficoltà di definire gli Steely Dan come una semplice band, poiché il risultato finale dei lavori, seppur originato dalle menti di due persone, si ripartisce in un enorme numero di contribuenti.

Gli Steely Dan pochi anni fa

“Steely Dan” è forse, più propriamente, un’estetica, un modo particolare di concepire la musica che esula dalle persone singole che l’hanno creata. Si tratta di un concetto, un marchio di fabbrica, un particolare sound e una filosofia che continua a vivere ancora oggi a distanza di decenni nonostante la triste scomparsa di Walter Becker. Questo è forse il punto cruciale e più importante di cui possono fare tesoro i musicisti e gli ascoltatori di oggi, cui consiglio di riscoprire questo album.

Un saluto, Nicolò Guelfi

Condividi con #KoinervettiSocial