“Auditorium”: MONOGRAFIA – Phil Collins

Cari lettori,
Oggi, con la recente conferma del suo ritorno sulle scene e l’annunciata pubblicazione della sua autobiografia, ho deciso di dedicare un articolo a uno degli artisti più famosi degli anni ’70-’80, noto sia per la carriera solista che per la militanza nel gruppo Progressive Rock dei Genesis: Phil Collins.
La sezione “Monografie” sarà un contenitore di ritratti di artisti che secondo me meritano di essere riassunti e suggeriti, con l’intenzione di portare attraverso la mia esperienza, quanta più buona musica alle orecchie dei lettori, sempre con un occhio all’attualità.

Tanto per cominciare Philip Collins nasce nel 1951 a Londra ed inizia giovanissimo il suo sodalizio con la musica grazie alla batteria, strumento che lo accompagnerà sempre, tanto da dire di sé “Io non sono un cantante che suona la batteria, sono un batterista che canta”. Durante l’adolescenza farà il tentativo (forse un po’ narcisista, ma diciamo che un certo charme da giovane lo aveva) di fare l’attore e il modello (carriera probabilmente stroncata dal fatto di non essere molto alto prima e dalla precoce calvizie poi). Gli è accreditata anche una partecipazione come comparsa nel film “A Hard Day’s Night” (che ancora a distanza di 52 anni non si capisce perché lo abbiano tradotto in italiano con “Tutti per Uno”) dei Beatles del ’64. Nonostante le premesse, si sa, il primo amore non si scorda mai e Collins torna dietro le pelli registrando il suo primo album con i Flaming Youth a 18 anni (’69) e suonando le percussioni in “Art Of Dying” di George Harrison. Il suddetto album con i Flaming Youth, “ARK2”, non gode di grande successo, ma viene recensito con grande plauso dalla rivista Melody Maker, attraverso la quale Phil legge l’annuncio di una band semi sconosciuta che, guardacaso, cerca un batterista: I Genesis. Veni, vidi, vici, Collins passa il provino e il resto è storia.
Per parlare degnamente dei Genesis ci sarebbe veramente bisogno di una monografia di 300 pagine. Mi limito a dire che Collins entra nella band nel ’70 come batterista, ne diviene frontman nel ’75 dopo l’uscita del cantante Peter Gabriel (altro clamoroso artista) e li guida fino al ’95, pubblicando la bellezza di 12 album in 25 anni (di cui alcuni capolavori assoluti come “Selling England By The Pound”). La leadership di Collins sarà messa in discussione per via della svolta Pop che, si dice, egli abbia imposto al gruppo dopo l’abbandono di Gabriel. Trovo l’accusa di per sé inconsistente (o citando Christian Meyer, altro valido batterista, “una cazzata micidiale“), semplicemente per il fatto che non si può imputare a una sola persona la svolta Pop che tutti i gruppi Progressive Rock hanno intrapreso negli anni ’80. Lode e gloria a quel periodo, perché almeno la musica leggera era fatta da gente veramente in gamba!


Parallelamente ai Genesis, Collins avvia il suo progetto solista nel 1981, in un momento difficile della sua vita privata dopo il divorzio dalla prima moglie, pubblicando un album che farà scuola: “Face Value”, indiscusso successo di pubblico e critica, contenente al suo interno brani come “Hand in Hand” (perla travolgente del suo repertorio live), “If Leaving Me Is Easy” (con alla chitarra niente meno che Eric Clapton) e, ovviamente, il suo più grande e sfolgorante successo “In The Air Tonight” (con uno dei fill di batteria più iconici di sempre).
Collins pubblicherà altri 7 album solisti e successi del calibro di “Sussudio”, “Another Day in Paradise” (con alla voce David Crosby), “Easy Lover” (Sfavillanti i falsetti assieme a Philip Bailey, già cantante degli Earth, Wind & Fire) e la commovente cover di “True Colors” di Cindy Lauper.


Alla carriera da solista e al lavoro con i Genesis, Collins aggiunge anche numerose collaborazioni come session man da studio, tra le quali è impossibile non citare quella con Brian Eno negli album (entrambi capolavori) “Another Green World” e “Before and After Science”.
Giusto citare inoltre alcune grandi partecipazioni come turnista live: nel 1982 suona per una sola serata a Londra con i Jethro Tull e nel 1985, in occasione del “Live Aid”, sarà il primo a suonare la batteria con i Led Zeppelin dopo la morte di John Bonham (non so se avete notato la quantità di “gente scarsa” citata finora!).


Il canto del cigno e il riconoscimento più inaspettato gli giunge nel 2000, vincendo l’Oscar per la miglior canzone con il brano “You’ll Be in My Heart”, colonna sonora del film d’animazione della Disney “Tarzan” (che ha cantato anche per la versione italiana!).
Il tracollo avviene nel 2007, dopo la reunion dei Genesis nella formazione “trio” con Mick Rutherford alla chitarra e Tony Banks alle tastiere (e l’aiuto del fedele amico Chester Thompson dietro le pelli): Collins non riesce più suonare la batteria a causa di un intervento per un’ernia del disco che gli ha fatto perdere la sensibilità alle mani. Divorzia dalla terza moglie, e, distrutto fisicamente e moralmente, si rifugia nell’alcolismo. Annuncia il suo ritiro definitivo dalle scene nel 2010.

Da allora sono state pochissime le sue apparizioni pubbliche, fino a quando ha annunciato la ristampa di tutti i suoi album da solista rimasterizzati. Sulla scia del successo delle ristampe il 29 agosto 2016, dopo 6 anni dall’ultimo concerto e dal ritiro, Collins torna sul palco per suonare agli US Open Tennis Championship e annuncia l’uscita della sua autobiografia “Not Dead Yet” (a cui questo articolo vuole essere una sorta di premessa) e l’inizio di un tour di concerti in tutta Europa le cui date stanno aumentando costantemente e che partirà con un ciclo di 5 concerti (già tutti sold out) alla Royal Albert Hall di Londra a giugno 2017.


Ho scelto di parlare di Phil Collins, cogliendo l’occasione del suo ritorno scene, perché rappresenta a mio avviso il punto di collegamento tra la musica “difficile”, complessa e articolata, fatta di tempi dispari, melodie esotiche e testi avanguardisti, e la musica cosiddetta “leggera”, quella che tutti quanti potrebbero ascoltare, riuscendo sempre a raggiungere un risultato pregevole, confermando la mia tesi che l’unica distinzione che è legittimo fare in questi casi è quella tra musica “fatta bene” e musica “fatta male”.
Consiglio vivamente l’approfondimento di questo artista a tutti, neofiti e ed ascoltatori esperti. Fidatevi, non resterete delusi!
Un saluto a tutti, Nicolò Guelfi.

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About Nicolò Guelfi

Sono uno studente di filosofia presso l'Università degli studi di Siena. Mi sono diplomato presso il liceo scientifico "Città di Piero" di Sansepolcro (AR). Appassionato ascoltatore e musicista, spero di poter mettere al servizio dei lettori la mia personale esperienza per aiutare tutti ad approfondire e divulgare la conoscenza della musica "di qualità", perché, parafrasando Oscar Wilde, non ha senso operare altre discriminazioni se non quella tra "musica fatta bene" e "musica fatta male".

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