“Auditorium”: MONOGRAFIA – David Bowie

Cari lettori,

A un anno dalla sua scomparsa, nel periodo in cui avrebbe compiuto 70 anni, ho voluto parlare di uno degli artisti che sicuramente hanno segnato di più non solo la musica, ma anche la cultura pop del ‘900: oggi parliamo di David Bowie.

David Robert Jones nasce in nel 1947 a Londra e scopre la musica giovanissimo, grazie al Rock ‘n’ Roll americano degli anni ’50. A scuola, interrogato su cosa volesse fare da grande risponde: “Voglio diventare l’Elvis britannico”. Nel 1959 inizia a suonare il sassofono. Negli anni ’60, nel florido clima della beat generation, David inizia la propria carriera fondando e collaborando con numerose band, delle quali però nessuna raggiunge il successo sperato. Per adeguarsi al sempre più diffuso clima che la sua generazione impone, inizia a suonare la chitarra e a proporre le prime composizioni originali.

In questo periodo avvengono le prime esperienze significative: nel ’62, durante una lite, David viene colpito all’occhio sinistro da un suo compagno di scuola, causandogli una midrasi cronica, con una dilatazione della pupilla dell’occhio sinistro. Ciò caratterizzerà per sempre il suo sguardo, e gli causerà una percezione anomala della luce e della profondità. Nel ’66 invece scegle il nome d’arte “David Bowie”, ripreso da una marca di coltelli da caccia, per via dell’omonimia con il leader dei “Monkees” Davy Jones.
Questi fattori saranno solo i primi a contribuire all’immagine di uno degli artisti più “visivi” (oltre che visionari) della storia del Rock: Bowie sarà infatti dichiarato anni dopo come il fondatore del “Glam Rock”, quel fenomeno musicale che si rifà ad uno stile “Glamour”, caratterizzato da vestiti, capigliature ed accessori particolarmente sgargianti e vistosi. Nel corso della sua carriera arriverà ad estremizzare questo fenomeno del look, portandolo a creare dei veri e propri personaggi distinti, con un storia ed un nome tutto loro, legati ognuno a una fase creativa della sua carriera.

Dopo l’inizio non proprio incoraggiante del primo album, “David Bowie”, il singolo che lo lancia prepotentemente nelle classifiche e nelle orecchie di tutto il mondo è “Space Oddity”, brano destinato a diventare la fotografia di un’epoca, condensando in sé elementi fortemente contrastanti, quali la nascente psichedelia, nella forma di ballata folk cantautorale, avente per tema lo spazio, in un momento storico in cui la corsa alla conquista di quest’ultimo si era fatta imperativo di entrambe le potenze della Guerra Fredda. Il singolo viene pubblicato nel 1969, stesso anno della famosa missione “Apollo 11”. Il brano fu oggetto di una versione in lingua italiana: “Ragazzo Solo, Ragazza Sola”, con testo scritto da Giulio Rapetti, in arte “Mogol”.
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Dopo questo sfolgorante inizio Bowie continua a produrre e sperimentare, sempre in uno stile profondamente originale ed elegante. La sua immagine in quegli anni desta scalpore. Con il volto truccato, i lunghi capelli tinti di rosso e gli iconici occhi diversi tra loro colpisce il pubblico sin’anche a scandalizzarlo, con un portamento androgino e uno stile decisamente “freak”, incoraggiando anche dicerie sulla sua presunta omosessualità.
La vera consacrazione arriva nel 1972 con l’album “The Rise and the Fall of Ziggy Stardust, and the Spiders from Mars”, disco sognante e visonario, dove Rock, glamour, Soul e Pop Art si mescolano formando qualcosa di assolutamente nuovo: Ziggy Stardust, protagonista di questo stravagante concept album, non è altro che un alter ego di Bowie, uno dei tanti che l’artista avrà nel corso della sua carriera. L’album, forte di canzoni divenute dei classici come “Starman” e “Ziggy Stardust”, riceverà commenti entusiasti da parte della critica e un enorme successo di pubblico.
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Nel ’74, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, Bowie pubblica “Diamond Dogs”, da cui è tratta “Rebel Rebel”, anch’esso grande successo, cui seguono “Young Americans” del 75, dove si avvicina ulteriormente alla “black music”, e “Station  Station” del ’76, dando vita al più longevo de suoi alter ego: il “Duca Bianco”, abbandonando l’immagine eccessiva del Glam per passare ad un look molto più sobrio ed elegante.
In questo periodo s’intensifica ulteriormente la dipendenza di Bowie dalla cocaina, minando le sue condizioni di salute e diventando sempre più difficile da sostenere. Decide così di trasferirsi dapprima in Svizzera, dove la dipendenza peggiorò ancora, ed in seguito a Berlino ovest, punto nevralgico d’incontro tra le varie culture provenienti da tutto l’occidente, con un clima culturale paragonabile a quello di Parigi all’inizio ‘900. Qui condividerà l’appartamento con l’amico Iggy Pop, che aiuterà a risollevarsi aiutandolo a scrivere e produrre il suo primo album da solista “The Idiot” e anche il successo “Lust for Life”, e la manager Corinne Schwab. Il periodo berlinese di Bowie viene raccontato come una delle esperienze più al limite della sua carriera, fatto di eccessi, sperimentazioni, e ovviamente la giusta dose di droghe e promiscuità. Artisticamente si tratta comunque di un successo: vengono pubblicati tre album che andranno a costiruire la cosiddetta “trilogia berlinese”: “Low”, “Heroes” e “Lodger”.

“Heroes” resta probabilmente il capolavoro assoluto dell’opera bowiana, creato grazie a una fortunata combinazione di maturità artistica, poliedricità musicale, avanguardia tecnologica, magica ispirazione e collaborazioni assolutamente eccezionali: prodotto assieme all’amico Tony Visconti, l’album vede al suo interno le collaborazioni di Brian Eno (anche lui appartenuto al filone del Glam rock, assieme ai Roxy Music) e di Robert Fripp (chitarrista e leader dei King Crimson), che nel suo ultimo tour ha omaggiato l’artista suonando la title track dell’album nei propri concerti). Oltre alla canzone eponima, commovente e sognante, l’album si rende forte di brani trainanti come “Beauty and the Beast” e “Joe the Lion” (entrambi arricchiti da una sapiene sperimentazione sonora, con uso di riverbero vocale e ricercati suoni di chitarra elettrica e sintetizzatori) e da brani decadenti, avanguardisti quale la minimalista “Sense of Doubt”.

Terminato il periodo berlinese, Bowie, da sempre attento alle correnti e alle mode del mondo della musica, decide di spostarsi su un orizzonte più Pop. Esce così in questo spirito nel 1983 “Let’s Dance”, album prodotto da Tony Visconti e Nile Rodgers, già chitarrista dei “Chic”, nel quale figura anche l’inaspettata collaborazione del chitarrista Steve Ray Vaughan.
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L’album, che molti fan considerarono un tradimento e una semplice svolta commerciale, si rivela in realtà un successo assoluto. Bowie, da sempre artista poliedrico ed eclettico, riesce a condensare in questo album molte delle sue precendenti esperienze, includendo Rock, Dance, Funk, R&B e Soul. La perla dell’album è sicuramente l’omonima “Let’s Dance”, ma a renderlo un grande disco sono anche canzoni come “Cat People (Putting Out Fire)”, scritta assieme a Giorgio Moroder per la colonna sonora del film “Il Bacio della Pantera” e poi inserita nell’album in una nuova versione.
Di qui in poi ci sarà un forte calo nel numero e nella qualità delle produzioni del “Duca Bianco”, il quale arriverà nel 2003 a optare per il ritiro dal mondo della musica. Questo ritiro s’interrompe nel 2013, con l’uscita di “The Next Day”, risultato di un lungo lavoro fatto in segreto. L’album, da cui sono stati estratti 5 singoli, ha avuto un buon successo sia di pubblico che di critica, nonostante, per espressa volontà dell’autore, non ci siano stare esibizioni live a supporto della sua uscita.
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Tre anni dopo esce “Blackstar”, 25° e ultimo album, pubblicato l’8 gennaio, giorno del suo compleanno. il 10 gennaio David Bowie muore per le complicazioni legate all’aggravarsi di un tumore al fegato, della cui esistenza non era stata fatta parola con la stampa in precedenza. “Blackstar”, stando alle dichiarazioni dell’amico e collaboratore Tony Visconti, nasce come un canto del cigno, consapevole di essere l’ultima fatica bowiana. David Bowie per realizzarlo si è rivolto a un ensamble di musicisti Jazz, i quali hanno saputo evidenziare la vena drammatica ed elegante del disco, dove, sempre secondo il produttore Bowie fa espresso riferimento alla sua morte. Lo stupore e la commozione dopo l’inaspettata scomparsa sono state enormi e provenienti da tutto il mondo.

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L’importanza ed il valore rivestito da David Bowie trascendono il mondo dell’industira musicale, egli ha rivestito un ruolo nella formazione della cosiddettà “cultura pop”, creando immagini destinate a rimanere nella storia.
Oltre che cantante e musicista Bowie è stato anche attore e pittore, riscuotendo un discreto successo in entrambi gli ambiti (consiglio sicuramente la visione del film “Happy Birthday, Mr Lawrence”, uscito in Italia nel 1983 con il titolo “Furyo”).
Tentare di dare un titolo o una descrizione esauriente all’opera integrale di un artista così complesso e variegato è pressoché impossibile, quindi consiglio a voi di andare da soli a dargli un’occhiata per farvi un’idea.
Consiglio l’ascolto di:

– The Rise and the Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, 1972

https://www.youtube.com/watch?v=euHW_edvhmI

 

 

 

– Heroes, 1977

– Let’s Dance, 1983

Oltre ai tre album, contro ogni regola del buon ascoltatore, consiglio anche un greatest hits, che racchiude i più grandi successi dell’artista: “The Best of Bowie (Italy)”, edizione italiana della raccolta uscita nel 2002, con la quale io ho scoperto ed iniziato ad amare David Bowie.

Un saluto, Nicolò Guelfi

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About Nicolò Guelfi

Sono uno studente di filosofia presso l'Università degli studi di Siena. Mi sono diplomato presso il liceo scientifico "Città di Piero" di Sansepolcro (AR). Appassionato ascoltatore e musicista, spero di poter mettere al servizio dei lettori la mia personale esperienza per aiutare tutti ad approfondire e divulgare la conoscenza della musica "di qualità", perché, parafrasando Oscar Wilde, non ha senso operare altre discriminazioni se non quella tra "musica fatta bene" e "musica fatta male".

2 commenti

  1. Non hai nemmeno menzionato “Scary Monster”… e potrei continuare per un bel pezzo, ma è la cosa che balza all’occhio su tutte! Dalla trilogia berlinese direttamente a Let’s Dance senza citare uno dei più fortunati e migliori album del duca bianco, ma che biografia è?? Ho capito che sei dilettante, ma non si pubblicano certe monografie in modo così approssimativo e carente, non sussiste, ciao, e meno male che non sono un sostenitore di Bowie, altrimenti continuavo… 😀

  2. Non hai nemmeno menzionato “Scary Monster”, spero tu voglia scherzare, dimmi che era solo una bozza… dalla trilogia berlinese direttamente a… let’s dance, saltando uno dei migliori e più fortunati album del Duca Bianco, certe cose non si fanno, perdona, non sono un accanito sostenitore di Bowie, altrimenti andrei avanti per mezz’ora, ho capito che scrivi per diletto, ma pubblicare cose così incomplete, praticamente “monche” di pietre miliari del pop/rock, vuol dire iniziare proprio con il piede sbagliato, ma no!!!

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