Auditorium: nel fantastico realismo di Lucio Dalla

Nella giornata di oggi, in quello che sarebbe stato il suo 75° compleanno, vogliamo portarvi alla riscoperta di 6 album del periodo più dorato ed ispirato di “un omino piccolo così”, con un passato nella pallacanestro, un clarinetto sempre in mano e uno zuccotto in testa. Oggi, insieme al mio amico Yuri, parliamo di Lucio Dalla.

Breve premessa: di comune accordo, avendo concordato che non fosse possibile dare una rappresentazione esaustiva della complessa e controversa figura di un autore come Dalla, abbiamo deciso di concentrarci su quel periodo che può essere considerato il suo stato di grazia: quello che va dall’ultima apparizione a Sanremo nel 1973, passando per la grande collaborazione col poeta Roberto Roversi, fino alla maturità artistica, con album del calibro di Come è Profondo il Mare e Lucio Dalla, per chiudersi idealmente con la pubblicazione di Dalla del 1980, l’impresa del “Banana Republic Tour” e la consacrazione a rockstar nazional popolare.

Al fine di comprendere il senso stesso dell’articolo è utile ricordare un divertente aneddoto:
Gino Paoli, così come tanti altri amici dell’artista, concordano tutti sul fatto che Dalla fosse un inguaribile bugiardo, uno che non poteva fare a meno di raccontare frottole. Il gusto vero non era però quello di mentire o nascondere la verità, ma quello tutt’al più di renderla un po’ più interessante.
In fondo era proprio lui ad affermare che “l’impresa eccezionale è essere normale”.

Fu Gino Paoli a spingere Dalla per passare dallo scat al canto

Noi la vediamo così: più che balle quelle di Lucio non erano altro che le visioni del mondo effettuate da un occhio e una mente speciali, fuori da ogni tempo. Perché, come nel magnifico “Big Fish” di Tim Burton esisterà pure una sola realtà ma questa prenderà mille aspetti a seconda dell’osservatore. L’unica cosa da tenere a mente è di mantenere sempre il proprio sguardo unico e non adeguarsi mai alla massa.
E allora eccola là, la storia del nostro Paese, raccontata attraverso canzoni, con ritmi mai sentiti prima in Italia, con parole che a volte appaiono enigmatiche ed accompagnate da suoni buffi. Ma è proprio lei, la nostra storia. Perché Lucio è stato presente in ognuno dei momenti cruciali dell’Italia che stava cambiando ed ha insegnato un nuovo modo di fare musica divenendo una vera e propria bandiera della cultura pop nostrana, valicando il confine artistico/musicale ed entrando nella vita quotidiana dei cittadini. Lucio era a Sanremo quando l’amico Tenco fece calare il sipario sulla sua figura; era sul palco a Milano quando gli tirarono una molotov per i versi “Milano vicino all’Europa/Milano che banche che cambi”; era lì perfino quando la Nazionale italiana vinceva in Spagna nell’82 e si sentì proporre da Craxi di fondare un partito con tutti gli artisti e chiamarlo “Forza Italia”.

Dalla ospite alla trasmissione Rai “Incontro con Tenco”

Dopo quattro partecipazioni al Festival di Sanremo (soddisfatto, a suo dire, di non averne vinta neanche una) lascia gli storici parolieri Baldazzi e Bardotti che avevano firmato tutti i testi delle sue prime canzoni, per rivolgersi a Roberto Roversi, poeta e giornalista, all’epoca tra le firme de L’Officina, rivista fondata assieme a Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini.

Primo frutto di tale collaborazione è Il Giorno aveva cinque teste (1973) in cui Dalla, per la prima volta in tutta la sua carriera, può dare libero sfogo alle influenze jazzistiche con cui si era formato e affronta temi mutuati dalla società contemporanea: storie di operai morti sul lavoro, famiglie che emigrano rincorrendo opportunità e promesse di vita migliore. Tutte storie che non fanno che rappresentare l’impoverimento dei valori e la perdita dell’individualità a favore della massa. Il linguaggio criptico non aiuta il successo presso il grande pubblico, forse non ancora abituato a parole così auliche per temi tanto forti.

Ma Dalla e Roversi continuano imperterriti: il musicista bolognese è sempre più convinto che le note non possano ridursi ad un solo accompagnamento per le parole e che queste ultime debbano trovare un modo di rimarcare la sonorità delle prime: non a caso Dalla inaugurerà uno dei suoi classici stilistici: testi che in quanto a sillabe non rispettano le metriche delle melodie. Si ritroverà così ad allungare o schiacciare le parti cantate per far combaciare il tutto, riempiendo e improvvisando intere porzioni di brani con i simpatici suoni gutturali.

Dalla con Roberto Roversi

Due anni dopo, nel ’75, esce Anidride Solforosa. Già il titolo ci dà un’idea dell’atmosfera che pervade l’album: un’aria da miasma, dove non si accenna a diminuire lo sberleffo nei confronti della società superficiale, qui una nobile di Faenza tanto effimera e maleodorante come la sostanza che da nome a disco e brano. “Ulisse coperto di sale” è la magnificenza della canzone: un ritmo indiavolato ed eclettico, con ampi respiri al suo interno, che fa da sfondo alla vicenda dell’omerico re d’Itaca. L’ondata di sentimenti e sensazioni che pervadono l’uomo che torna alla propria casa dopo un lungo tempo si mostrano in ogni sfumatura. Se tanto dolce e amara al tempo stesso può apparire la nostalgia del luogo natio ecco che l’animo si ritrova percosso da una sorta di spaesamento misto a gioia una volta che il piede varca la soglia della propria magione. La descrizione di un tempo meteorologico sereno si contrappone alla voce quasi rotta da un grido e quel carro di fuoco creato dalla luce, che viene riflessa dalle pareti intonacate della stanza, travolge pure l’ascoltatore con le note che paiono esplodere dal pianoforte.
E l’opporsi fra ciò che i testi dicono e ciò che la musica porta all’ascoltatore continua pure in Carmen Colon, tratto dal rapimento e assassinio di una bambina avvenuto negli Stati Uniti pochi anni prima. Roversi era solito prender ispirazioni dalla cronaca nera dei giornali e qua volle attaccare la ricerca di scoop e il voler lucrare sulle altrui disgrazie dei mass media riscrivendo le atrocità dell’accaduto, però, posandole su una delle melodie più dolci mai composte da Dalla; la mente non può far a meno d’inorridire mentre l’orecchio è attratto dalla musica.
Altro pezzo dolcissimo è Tu parlavi una lingua meravigliosa e degnissimo di nota è Borsa valori che pare quasi un gioco con un testo composto esclusivamente da azioni e dati finanziari.
L’album si chiude con Parole crociate che elencando batterie dei corpi armati dell’esercito sabaudo, con ritmo che oscilla dalla marcia alla carica, è un’allegoria del popolo più povero che fin da troppo ha dovuto far le spese del potere borghese.

Dopo quest’ottimo album i due bolognesi si dedicano e riescono a portare in Rai uno spettacolo con parti cantate e recitate. Se i due lavori precedenti ruotano attorno alla figura dell’uomo e la sua lotta costante con le macchine sia figurate che concrete, come il piccolo operaio di “Tempi moderni” di Chaplin, ecco che qui divengono le macchine stesse le protagoniste tanto che viene dato come titolo “Il futuro dell’automobile”. Dalla vorrà a tutti i costi creare un disco con alcune canzoni dello spettacolo ed esce così nel 1976 Automobili: dopo un intro a suon di scat e inglesismi inventati per formare un’intervista nientepopodimeno che con l’Avv. Agnelli. Vero pezzo di traino fu la magnifica Nuvolari dedicata al leggendario pilota che qui diviene quasi un cavaliere errante capace di far palpitare i cuori di chiunque lo veda passare. Arricchita da un’orchestra d’archi, un onomatopeico “Shubidubidà” e chicche storiche come “un talismano contro i mali” (Tazio aveva con sé una tartaruga portafortuna regalatagli da Gabriele D’Annunzio), la canzone sfreccia a velocità da far impazzire il tachimetro per poi darci attimi calmi di respiro per immergerci nella poesia di musica e parole. Nuvolari coi suoi colleghi torneranno anche in Mille miglia prima che l’album si concluda con due pezzi da 90: Il motore del 2000 in cui i padroni del mondo si compiacciono della tecnologia che verrà senza far nulla per l’umanità e Due ragazzi inizia come una frenetica tarantella jazz/rock sull’amore e la giovinezza di due adolescenti che si uniscono per la prima volta dentro a una vecchia auto; la seconda parte della canzone distrugge il tempo in ogni senso rallentando il ritmo e presentandoci i protagonisti come se fossero ormai passati anni ma continuassero ad esser ventenni intenti ad amarsi in quella vecchia carretta.

Sebbene Lucio volesse questo disco a tutti i costi Roversi si oppose fortemente e ciò porterà allo scioglimento del sodalizio artistico. A tal proposito dirà:

«Fu un trauma… Dopo Roversi non avrei mai immaginato di poter scrivere testi con altri. Come quando scopi con la Schiffer, a un certo punto lei non c’è più e al suo posto c’è un pastore tedesco. Allora capii che dovevo cominciare a scrivere i testi delle mie canzoni».

Lucio e gli amici di sempre: Francesco Guccini e Roberto Vecchioni

In questo spirito teso alla rinascita Dalla si ritira alle Isole Tremiti, dove partorisce uno degli assoluti capolavori della propria produzione: Come è profondo il mare.
L’album, uscito ne ’77, è fortemente influenzato dal luogo e dalle tematiche autobiografiche ed è stato definito come “il manifesto del realismo magico” di Dalla, dove i testi si pongono come un livello intermedio tra la grigia realtà del mondo e la stravagante immaginazione dell’autore. Dalla rompe il confine che separa la realtà dalla fantasia come quello che separa il musicista dal cantante, semplicemente trasformando anche la sua voce in uno strumento (si veda l’iconico fischio presente nella Title Track). Partendo proprio da questo brano, qui Dalla si spinge addirittura ad attaccare il concetto stesso di potere, capace addirittura di “bruciare il mare”, simbolo della libertà di pensiero. Il brano, tanto ambizioso quanto riuscito, è condito da riferimenti personali come quello alla figura del padre Giuseppe “gran cacciatore di quaglie e di fagiani”, morto quando Lucio era ancora bambino. L’opera è forte di altre canzoni divenuti successi epocali, quali, una su tutti, Disperato Erotico Stomp, capolavoro narrativo dove Lucio dimostra non solo la sua incredibile vena comica, ma anche una forza vocale sempre più straordinaria. Pezzo forse caduto nel dimenticatoio ma assolutamente da riscoprire Corso Buenos Aires, frenetico circo a tre piste dove Lucio si esibisce da gran acrobata di voce ed esecuzione strumentale, in completa contrapposizione con la toccante Quale allegria. Da segnalare è inoltre il contributo di Ron come chitarrista e arrangiatore.

È il successo. L’album ottiene ottime critiche e un buon successo di pubblico, svelando un artista nuovo, più completo e più sicuro dei suoi mezzi. Su questa scia, appena un anno e mezzo dopo, nel ’79, esce Lucio Dalla, album dal cui titolo e dalla cui cover si può desumere la totale identificazione dell’autore.
Il disco completa il percorso iniziato dal precedente, diventando un vero e proprio must della produzione dalliana, ricco di canzoni entrate nei cuori del pubblico ed uscite dal tempo, come la romantica storia d’amore Anna e Marco, (dove lui è “la checca che fa il tifo”). Forse non esiste miglior esempio per descrivere l’abilità di Dalla di creare pezzi “visivi”: costruisce attorno a noi, strofa per strofa, ambienti e personaggi tanto che arriviamo a vederli quei due piccioncini che ballano in mezzo a tutti e che vanno in contro a quella gigantesca luna sorridente. La sognante Cosa sarà, cantata insieme all’amico Francesco de Gregori con il quale aveva già avviato un sodalizio artistico con il 45 giri Come fanno i marinai. L’album si conclude con uno dei classici più famosi dell’autore, perfetta conclusione di un disco al di fuori del tempo: L’anno che verrà: come analizza Vecchioni, l’insegnamento di Roversi riguardo al mestiere del paroliere viene appreso alla grande descrivendo non in maniera diretta la vita di tutti i giorni (“i muti potranno parlare/mentre i sordi già lo fanno” quei sordi non sono altro che coloro che si rifiutano di ascoltare gli altri, tanto odiati da Dalla). Da lì in poi tanti album di Lucio arriveranno a conquistare i primi posti in classifica raggiungendo traguardi come dischi d’oro e di platino.

Dalla e De Gregori durante il tour di Banana Republic

Mentre l’album viene pubblicato parte il “Banana Republic tour” con Dalla, De Gregori e altri fidati amici/collaboratori: Ron, Giovanni Pezzoli, Marco Nanni, Ricky Portera e Gaetano Curreri (questi ultimi saranno i fondatori degli Stadio e vennero rubati da Dalla a Vasco Rossi). Il tour attraversa tutta Italia (con l’esclusione di Milano in cui i nostri ebbero entrambi brutte esperienze) e soprattutto si riporta la musica e il pubblico negli stadi e palasport dopo che un pesante periodo di tensioni pubbliche e popolari aveva svuotato questi centri del divertimento. Durante le prime tappe viene registrato l’album con i migliori pezzi del successo tra cui una straordinaria cover di Un gelato al limon di Paolo Conte e nuove versioni dei loro classici. La RCA vuole che l’album esca il prima possibile, con il tour ancora in atto. Uscirà per tanto nell’agosto dello stesso anno costringendo gli operai della casa di produzione a rinunciare alle proprie ferie.

Nell’80, infine, quasi in totale soluzione di continuità col precedente, esce l’album Dalla, capolavoro assoluto dove l’autore mette alla prova sé stesso su tutti i fronti, come musicista (suonando il piano e il sax), come autore dei testi e come cantante, probabilmente al suo massimo livello di estensione vocale.
L’album è condito da un’atmosfera agrodolce, ricca di malinconiche storie romantiche ricche di pathos e di tematiche molto care alla poetica di Dalla.
Tutti i brani sono capolavori, ma è doveroso menzionare quantomeno Balla balla ballerino, dove Dalla sfida il limiti stessi della metrica, raddoppiando e dimezzando il tempo, librandosi libero nel ritmo senza bisogno del metronomo come un giocoliere esperto che non ha bisogno della rete.
Capolavori sono anche i brani Cara, Mambo, Meri Luis (definita la sua canzone “più vera, più autentica”), ma il vero colpo di genio quello che stupisce e commuove è la canzone che chiude il disco: Futura. Dalla parla dettagliatamente della genesi del brano, e conoscendone la velleità mitomani potremmo porre il veto su questa storia, ma sua bellezza è tale da passare avanti anche alla verità:

«Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Checkpoint Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi, ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta… Mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che ero anch’io un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. In quella mezz’ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest, che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura».

La storia risulta ancora più commovente se si pensa che Dalla è riuscito, come quasi nessun altro, a raccontare il desiderio di e l’amore verso un figlio, nonostante la sua omosessualità.

Il disco segna la definitiva consacrazione di Dalla presso il grande pubblico, rendendolo ormai artista nazional popolare, e la sua fortuna verrà ulteriormente amplificata due anni dopo con la partecipazione al film di Carlo Verdone Borotalco.

Abbiamo trovato giusto ricordare Lucio Dalla in virtù delle coppie oppositive che costellano la sua carriera e caratterizzano la sua vita e la sua poetica, alimentandone il fascino e la curiosità ancora oggi presso le giovani generazioni. Il contrasto tra l’aspetto non certo avvenente e la profonda bellezza della sua musica lo rende quasi simile a Giotto, che nonostante non fosse un bell’uomo, fu il più grande pittore del suo tempo. Il contrasto tra la sua formazione Jazz, fatta solo di suoni e sperimentazione, e quelle parole così belle e azzeccate da non sapere neanche da dove siano uscite. Il contrasto tra una vita dedicata alla musica e questa unica, incredibile capacità di raccontare l’amore.

Un saluto,
Nicolò e Yuri

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About Nicolò Guelfi

Sono uno studente di filosofia presso l'Università degli studi di Siena. Mi sono diplomato presso il liceo scientifico "Città di Piero" di Sansepolcro (AR). Appassionato ascoltatore e musicista, spero di poter mettere al servizio dei lettori la mia personale esperienza per aiutare tutti ad approfondire e divulgare la conoscenza della musica "di qualità", perché, parafrasando Oscar Wilde, non ha senso operare altre discriminazioni se non quella tra "musica fatta bene" e "musica fatta male".

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