Auditorium: Led Zeppelin – 50 anni dopo

Auditorium: Led Zeppelin – 50 anni dopo

12 Gennaio 2019 Di Nicolò Guelfi

Cari lettori,

Oggi voglio parlarvi un album che non ha bisogno di presentazioni, che senza ombra di dubbio ha fatto la storia ed ha segnato un prima e un dopo la sua uscita, cambiando totalmente le regole del gioco. Si tratta del primo lavoro di una delle band più amate ed osannate di sempre, che oggi raggiunge il traguardo del mezzo secolo e non ha perso neanche un grammo del suo fascino. Oggi parliamo di Led Zeppelin.

Locandina d’epoca di un concerto: da notare come ancora i Led Zeppelin si portassero dietro il nome della band originaria

Il disco, noto tra i fan anche come Led Zeppelin I o “il Dirigibile” (per via dell’iconica copertina raffigurante l’incidente aereo del dirigibile Hindemburg avvenuto nel 1937), è l’album d’esordio della band inglese formata da Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham, distribuito dall’Atlantic Records ed uscito negli Stati Uniti il 12 gennaio del 1969. Si tratta di un’opera rivoluzionaria che scosse il mondo della musica alle fondamenta e ancora oggi continua ad appassionare i fan di vecchia data e i più giovani. Esso segna il vero e proprio inizio per il gruppo nato dalle ceneri degli Yardbirds di Jimmy Page e presenta al mondo un sound iconico e potente, in linea con la tradizione del Blues delle origini ma ricco d’innovazione e sperimentazione. L’album venne registrato negli Olympic Studios di Londra nell’ottobre del ‘68 in tempi da record: 36 ore complessive compreso il missaggio.

Immagini dal backstage del primo concerto londinese dei Led Zeppelin

I tempi da centometristi delle registrazioni sono spiegati dallo stesso Page, il quale afferma che all’epoca nessuna etichetta voleva spendere soldi per l’album d’esordio di una band di ragazzi semisconosciuti (e qui pare che le cose dopo decenni non siano affatto cambiate), quindi le registrazioni furono pagate di tasca propria dallo stesso chitarrista a metà con il loro manager Peter Grant. Poiché più ore in studio equivalgono a più soldi, il quartetto si ritrovò a dover premere sull’acceleratore e concludere il lavoro nel minor tempo possibile. Giudicando dal risultato, tutto sembra fuorché un lavoro fatto in fretta e furia, a riprova della caratura dei musicisti in ballo. C’è da dire inoltre che la band aveva avuto modo di collaudare il materiale, in parte già realizzato dagli Yardbirds, in parte composto di cover, durante il tour dei mesi precedenti fatto in Scandinavia.

Mentre Page era già noto nell’ambiente musicale per i suoi precedenti progetti e il lavoro di session man ed anche JPJ era un richiestissimo polistrumentista in studio, per Plant e Bonham questo è un vero e proprio biglietto da visita: i due si presentano per la prima volta al mondo al microfono (tralasciando la cover in inglese di La Musica è Finita, scritta da Umberto Bindi e interpretata da Ornella Vanoni) e dietro le pelli come degli “absolute beginners” (tanto per citare David Bowie), dilettanti allo sbaraglio capaci però di sbaragliare letteralmente la concorrenza, entrando a gamba tesa ad un livello di decibel impressionante per l’epoca, basti pensare che la rivista Rolling Stone, dopo aver inizialmente stroncato l’album, li apostroferà come “The heviest band of all time”.

Il disco si apre in questo stile con la leggendaria Good Times Bad Times, dove il groove di Bonham la fa da padrone, mostrando tutta la sua capacità di suonare non solo forte, ma di aggiungere colori e sfumature al brano, con l’uso del campanaccio, doppi colpi di cassa rapidissimi, frenate brusche e ripartenze furiose e passaggi fulminei sul set. Le parti di batteria di Bonham ricalcano perfettamente i riff di chitarra forsennati e distorti di Page (che in questo disco suona una Fender Telecaster, ben prima di passare alla sua iconica Les Paul), che suona assoli memorabili sovraincidendo più parti di chitarra. Tutti e quattro contribuiscono anche vocalmente intonando in coro il ritornello ipnotico del brano “Good times bad times / you know I had my share / but my woman left home with a brown-eyed man / well, I’m still don’t seem to care”.

L’atmosfera cambia radicalmente con un riarrangiamento di un brano di Anne Bradon degli anni ’50: Babe I’m Gonna Leave You, dove il quartetto per la prima volta mostra quel tratto oscuro e gotico che poi andrà a marcare la loro immagine negli anni successivi. Il brano infatti è triste, cupo, con incedere lento e pesante, marcato dalla chitarra acustica folk e dalla voce straziante di Robert Plant.

Il terzo brano e una cover del bluesman americano Willie Dixon, brano registrato originariamente dallo stesso assieme a Muddy Waters, You Shook me, introdotto da un riff di chitarra elettrica reso iconico dall’uso della tecnica dell’Eco Reverse, che permette di sentire l’eco di ogni nota prima di quest’ultima. Il brano si struttura poi come un classico Blues di dodici battute ma con un incedere lento e pesante, in cui Jones, Plant e Page suonano rispettivamente un assolo di organo, uno di armonica e uno di chitarra. Il brano fu vittima di una controversia in quanto solo pochi mesi prima Jeff Beck, amico ed ex compagno di band di Page negli Yardbirds, aveva inciso una propria cover del brano nel suo album Truth. Il fatto che gli Zeppelin avessero proposto una loro versione del brano, peraltro con similitudini nell’arrangiamento, generò non pochi dissapori, poi fortunatamente appianati negli anni.

A seguire troviamo Dazed and Confused, grande cavallo di battaglia live della band. Il brano fu scritto in origine da Jake Holmes nel 1967 ed era già parte degli show live degli Yardbirds, ma la trovata geniale fu quella di Jimmy Page di suonare l’assolo di chitarra usando un archetto per violino, creando l’atmosfera onirica e psichedelica che lo contraddistingue. L’assolo durante i concerti poteva andare avanti per un’infinità, come si può constatare anche nel film concerto The Songs Remains The Same. Nel brano è da menzionare anche il botta e risposta tra la chitarra di Page e la voce di Plant, che crescono insieme fino a deflagrare, caratteristica saliente che tornerà anche in altri brani come Whole Lotta Love.

Ad aprire il lato B dell’album troviamo quella che, secondo chi scrive, è la vera perla troppo spesso dimenticata del disco: Your Time Is Gonna Come è il canto di rivalsa di un uomo innamorato che urla contro la donna che gli mente e lo tradisce che anche il suo tempo sta per venire. Un po’ come “tutti i nodi vengono al pettine” o anche “ricordati che devi morire”, ma con la potenza dell’organo di John Paul Jones fa tutto un altro effetto. La canzone finisce in fade out e si congiunge direttamente con la successiva strumentale “Black Mountain Side”, brano atipico per l’album dominato dalle chitarre acustiche e dalle percussioni.

Al settimo posto troviamo l’altro singolo trainante dell’album: Communication Breakdown, costruita intorno a un riff di Page, è un altro must del repertorio zeppeliniano, con ritmiche velocissime e la voce di Plant che tocca i vertici di altezza e potenza.

A seguire troviamo I Can’t Quit You Babe, altro tributo al bluesman Willie Dixon, che si apre con un lamento di Robert Plant per poi dare il via a quello che è un vero blues nel senso stretto del termine, lento, distorto, triste e ruvido.

Il disco si chiude con la lunga How Many More Times, brano sorretto dalla solida linea di basso di JPJ (molto simile inoltre a quella utilizzata da Roger Glover l’anno successivo dai Deep Purple nel singolo Black Night). Il brano, il più lungo di tutto l’album, fu ispirato da quello di un altro bluesman americano, Howlin’ Wolf, ovvero How Many More Years, ma se ne distanzia grazie alle lunghe improvvisazioni della band: Page torna a suonare la chitarra con l’archetto da violino nell’intermezzo centrale, Bonham fa crescere e allentare la dinamica del pezzo con variazioni sul groove e John Paul Jones mantiene egregiamente l’ossatura ritmica del brano.

Dopo questa lunga descrizione è arrivato il momento di dire perché, a distanza di mezzo secolo, questo album è ancora così importante. Le ragioni che si potrebbero addurre sono molte: innanzitutto si può parlare di tempismo azzeccato. I Led Zeppelin riuscirono a colmare quel vuoto venutosi a creare nel panorama del Blues-Rock britannico dopo lo scioglimento dei Cream, influenzando moltissimi altri giovani musicisti ad inserirsi sulla loro scia, formando band che potessero mettersi in gioco, come Deep Purple, Black Sabbath e, fuori dal panorama inglese, i Rush.


In secondo luogo si tratta di un mirabile lavoro di ripresa dalla tradizione unita all’innovazione tecnica: cover di brani della tradizione blues delle origini americana (che saranno presenti anche nei lavori successivi) trovano nuova vita in arrangiamenti originali e freschi, valorizzati inoltre dalla qualità delle registrazioni, curate personalmente dallo stesso Page. Inoltre si deve dare atto della straordinaria prova data da dei ragazzi all’epoca giovanissimi: Page, il più vecchio del quartetto, all’epoca delle registrazioni non aveva ancora compiuto 25 anni. Plant e Bonham, i più giovani, ne avevano appena 20. Il disco inoltre fu uno dei primissimi ad essere lanciato sul mercato dall’Atlantic esclusivamente in formato stereo. C’è infine una ragione di giustizia storica, ovvero il fatto che se ne parli ancora oggi dopo mezzo secolo nonostante la maggior parte delle testate musicali dell’epoca (in primis Rolling Stone) avessero accolto freddamente se non addirittura stroncato l’album.

I Led Zeppelin durante un concerto ad Hollywood, agli inizi della loro carriera

Detto ciò, il parere di chi vi scrive è che Led Zeppelin non è un lavoro perfetto e non raggiunge i livelli di qualità compositiva, arrangiamento e missaggio dei successivi Led Zeppelin II e Led Zeppelin IV, ma sfido chiunque a fare un album d’esordio di questo livello in quell’epoca, con gli stessi mezzi e nello stesso tempo.
Penso sia doveroso chiudere aggiungendo che nell’ottobre dello stesso anno il quartetto, oltre ad andare in tour, trovò anche il tempo di scrivere, incidere e pubblicare anche il secondo album, quindi beh… Credo che le chiacchiere stiano a zero.
Ma questa è un’altra storia, anzi: LA STORIA.

 Un saluto, Nicolò Guelfi

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