Auditorium: “At Folsom Prison”, la rinascita di Johnny Cash.

Cari lettori,
Oggi parliamo di una pietra miliare della musica americana, un disco che segna la rinascita del suo autore dopo un periodo di oblio proprio attraverso un passaggio all’inferno, nonché uno degli apici della musica Country-Western e uno dei più iconici live album di sempre, di cui ricorrono i 50 anni dalla pubblicazione proprio in questi giorni: parliamo di At Folsom Prison di Johnny Cash.

Il disco, ventisettesimo in carriera se consideriamo album studio, live e raccolte, fu registrato il 13 gennaio 1968 nel carcere di massima sicurezza di Folsom, California. Al concerto parteciparono anche l’amico Carl Perkins (già insieme a Cash in quello spettacolare ensamble noto come il Million Dollar Quartet), come artista di apertura e chitarra elettrica, la fidanzata June Carter (la quale divenne sua moglie appena 6 settimane dopo) come cantante e corista e l’inseparabile band dei Tennessee Three, ovvero Marshall Grant al basso, Luther Perkins alla chitarra e W. S. Holland alla batteria.

Manifesto pubblicitario della Columbia Records. Lo slogan è: “alcuni potrebbero comprarlo solo per sentire il pubblico”.

L’idea di registrare un album dal vivo in una prigione venne a Cash nel ’56, dopo la prima pubblicazione del suo brano Folsom Prison Blues per la Sun Records, ma date le difficoltà burocratiche per ottenere i permessi speciali e quelle tecniche per registrare un album dal vivo all’epoca, il progetto fu presto accantonato. Negli anni successivi il Man in Black dell’Arkansas conosce momenti di enorme successo alternati a gravi crisi personali, con una crescente escalation della sua dipendenza dal consumo di farmaci, alcool e droghe. Nel 1967, sull’orlo del baratro, talmente malridotto da mancare anche gli appuntamenti professionali, Cash decide di disintossicarsi e ritornare a calcare le scene. Incoraggiato dalla notizia, il produttore Bob Johnston della Columbia Records decide con entusiasmo di supportare l’idea del live album in una prigione, idea mai realizzata da nessuno in precedenza e molto in sintonia con il fascino da fuorilegge di Cash. Inoltre nel frattempo le tecniche di recording erano progredite enormemente: erano stati introdotti nuovi mixer e multitraccia ed erano state pubblicate le prime registrazioni in formato stereofonico. La scelta sul luogo ricade infine sugli istituti penitenziari di Folsom (ovviamente) e San Quentin, il primo risponde subito alla chiamata della Columbia e la data viene organizzata.

Johnny Cash davanti ai cancelli di Folsom.

Poco prima dell’esibizione, la coppia Carter-Cash riceverà la visita, nel loro hotel di Sacramento, del futuro presidente degli Stati Uniti Ronald Regan, all’epoca governatore dello stato della California, il quale aveva concesso i permessi per suonare all’interno di una prigione federale.
l’evento si svolgerà in due set distinti, voluti proprio da Cash allo scopo di avere più take da selezionare per il disco e per poter divertire maggiormente la platea di “ospiti” della struttura.
È il successo, Cash dimostra di essere tornato più forte che mai, con la sua voce bassa e profonda come un tuono, ritmiche di chitarra velocissime e un atteggiamento da vero istrione. L’artista domina la platea, scherza con i carcerati, risponde con fare scanzonato ai loro interventi (purtroppo non udibili nell’album), non manca di ricordare che stanno registrando un disco e lamenta dei dubbi sulla potabilità dell’acqua che si beve a Folsom. Il pubblico mostra stima e rispetto per l’artista, quasi a voler dire “Johnny Cash è uno di noi!”.

La scaletta è variegata ed eterogenea, riprende alcuni grandi classici del proprio repertorio, senza lesinare sui brani più spinti come Cocaine Blues o 25 Minutes to Go, per passare ad atmosfere più tenui con una bellissima versione di Jackson, forse uno dei più bei duetti di sempre cantato proprio insieme a June Carter, e un eccezionale tributo (anticipando quelli che renderanno famoso Cash negli anni a venire) a Ray Charles con il brano I’ve Got a Woman (brano rimosso dalla prima edizione dell’album, è possibile ascoltarlo su Spotify nella Legacy edition). Il brano finale Greyhouse Chapel è un inedito scritto da uno dei detenuti, Glen Sherley, il cui nastro fu consegnato a Johnny Cash da parte del prete dell’istituto. Il cantante lo provò per la prima volta la sera prima del concerto e, apprezzandolo particolarmente, decise d’inserirlo in scaletta.
Dopo una attenta selezione, molti brani furono in un primo momento esclusi, probabilmente per ragioni di spazio, e riproposti nelle successive riedizioni speciali.

Johnny Cash insieme alla moglie June Carter

L’album esce negli USA a maggio ed il suo successo commerciale è esorbitante, dominando le classifiche di genere Country, e andando anche ad imporsi in quelle Pop-Rock, certificandosi tre volte disco di platino con oltre 3 milioni di copie vendute solo in patria, nonostante l’esclusione del singolo estratto Folsom Prison Blues dalle programmazioni radiofoniche dopo l’assassinio del senatore Robert Francis Kennedy (fratello dell’ex-presidente anch’egli assassinato John Fitzgerald) a causa del celebre verso “I shot a man in Reno just to watch him die”.
Il successo di At Folsom Prison fu tale da spingere Cash a ripetere l’esperienza in molti altri istituti penitenziari, tra cui il già citato San Quentin, Österåker (in Svezia), con relativi dischi live, e nella prigione del Tennessee, il cui concerto fu filmato e pubblicato postumo.
Gli eventi del concerto verranno inoltre mirabilmente rappresentati nel film biografico Walk the Line (tradotto in italiano con Quando l’amore brucia l’anima) sulla vita di Johnny Cash, con Joaquin Phoenix nella parte dell’artista.

Locandina del film diretto da James Mangold

At Folsom Prison è un disco di rara caratura, capace di sorprendere e coinvolgere l’ascoltatore ancora a distanza di mezzo secolo, dimostrando che a volte anche con strumenti per lo più acustici e un’ingegneria del suono molto più elementare è possibile fare grandi cose. Inoltre, sotto il piano umano, mi piace sottolineare l’insegnamento di Cash, il quale anche nel periodo più buio della vita, ha deciso di ripartire proprio tra gli ultimi, i reietti della società per rialzarsi e riprendersi la scena, dimostrando ancora quello sconfinato talento e quell’umiltà che lo hanno reso uno dei padri della musica moderna.

Un saluto a tutti,
Nicolò Guelfi.

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About Nicolò Guelfi

Sono uno studente di filosofia presso l'Università degli studi di Siena. Mi sono diplomato presso il liceo scientifico "Città di Piero" di Sansepolcro (AR). Appassionato ascoltatore e musicista, spero di poter mettere al servizio dei lettori la mia personale esperienza per aiutare tutti ad approfondire e divulgare la conoscenza della musica "di qualità", perché, parafrasando Oscar Wilde, non ha senso operare altre discriminazioni se non quella tra "musica fatta bene" e "musica fatta male".

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