“Auditorium”: Greg Lake, “confusion will be my epitaph”.

Cari lettori,

Oggi, giovedì 8 dicembre 2016, in linea con la sfortunata tendenza luttuosa di quest’anno, siamo sottoposti alla perdita di un altro grande artista: Greg Lake, personalità di spicco del movimento Progressive degli anni ’70, stimato bassista, cantante e chitarrista, si è spento ieri all’età di 69 anni dopo, così riporta il comunicato, “una lunga battaglia contro il cancro”, di cui però non si era mai ufficializzato l’esistenza in precedenza, probabilmente per volontà dello stesso artista.


Nonostante i tempi recenti ci abbiano abituato all’inaspettata scomparsa di tanti artisti molto famosi, la perdita di un musicista così importante suscita sempre un certo sconcerto, soprattutto se collegata alla recente dipartita dell’amico e collega Keith Emerson nel Marzo di quest’anno e dell’omologo bassista degli Yes, Chris Squire, nel Giugno 2015. Vorrei però cogliere l’occasione per intavolare una riflessione sul perché Greg Lake sia stato un artista fondamentale per la storia della musica e perché, più in generale, la morte di certi personaggi possa avere paradossalmente un inaspettato risvolto positivo.

Greg Lake esordisce al grande pubblico come frontman dei King Crimson (dei quali ho avuto il piacere di parlare in un mio precedente articolo), cantando e suonando il basso, e con cui collabora negli album “In the Court of the Crimson King” (da cui è tratto “Epitaph“, brano eccezionale che da il titolo all’articolo) e “In The Wake of Poseidon” (di cui è doveroso segnalare per lo meno la canzone “Cat Food“). Durante la lavorazione di quest’ultimo disco, nel 1970, incontra il tastierista Keith Emerson, decide di lasciare i KC e, con l’aiuto del batterista Carl Palmer, fonda la band che lo consacrerà alla storia: gli Emerson, Lake & Palmer.

Il trio, caratterizzato dall’atipica formazione di tastiere, basso e batteria, si avvale però di un incredibile livello tecnico e compositivo dei membri, tanto da essere definito fin dagli esordi un vero e proprio “supergruppo”, in grado di poter tirare fuori il massimo dai propri strumenti andando ad esplorare soluzioni ritmiche ed armoniche fino ad allora forse nemmeno immaginabili.

L’intera produzione degli ELP (così verrà in seguito abbreviato il nome), sarà interamente dedicata all’insegna della sperimentazione e della spinta oltre il limite, conciliando al proprio interno musica classica, Jazz, Rock ed elettronica sperimentale. Dopo l’esordio in concerto al Festival dell’Isola di Wight, il gruppo da il via ad una produzione tanto veloce quanto qualitativamente elevata, con una media di quasi un disco all’anno, di cui non è possibile non ricordare il primo album omonimo “Emerson, Lake & Palmer” ed il secondo, unanimemente riconosciuto come il capolavoro, “Tarkus“, del 1972. Il mio ricordo personale della band va però al terzo album “Pictures at an Exhibition”, rifacimento in chiave Progressive Rock, dell’omonima opera del compositore russo Modest Petrovitc Mussorgsky, che è anche profondamente indicativo non solo dello stile della band, ma anche dell’obiettivo: dare alla musica Rock la stessa nobiltà attribuita alla musica classica. La loro musica, definita poi “Rock Barocco”, con ovvio riferimento alle citazioni classicheggianti e allo stile visivamente (Si, ok, il look dell’epoca era assolutamente indecente, ma noi premiamo l’audacia!) e acusticamente molto imponente, ha saputo fare da battistrada anche nel contesto molto innovativo del Rock progressivo degli anni ’70, rappresentandone una delle avanguardie più fulgide.
Tra le intricate composizioni pianistiche e le innovative soluzione sonore con i sintetizzatori di Keith Emerson e le parti di batteria serrate e potentissime di Carl Palmer, Greg Lake costituiva la perfetta mediazione con accompagnamenti originali e raffinati di basso elettrico e chitarra classica e con una voce stupenda e profonda con la quale trasmettere testi sognanti, aggiungendo di fatto la componente cantautorale al trio.
Il lavoro fatto dalla band in quasi un decennio ininterrotto di attività (salvo poi tornare insieme nei primi anni ’90) ha rappresentato, artisticamente parlando, quella ricerca e innovazione, portate a volte fino all’eccesso, necessaria per tutta la musica successiva, che ha potuto attingere da cotanta opulenza d’invenzioni.

Lake, una volta terminata l’esperienza con Emerson e Palmer, si è dedicato a progetti diversi, sia come autore che come produttore. Nei primi anni ’70 fonda assieme a Emerson e Palmer l’etichetta discografica “Manticore“, della quale diventerà principale amministratore e con la quale produrrà, tra gli altri, i dischi di artisti italiani come la Premiata Forneria Marconi e il Banco del Mutuo Soccorso.

Sono inoltre doverosi da segnalare due brani in assoluto per ricordarlo: la ballata struggente ballata “Lucky Man” e il brano natalizio, ironicamente in tema con il periodo, scritto assieme all’amico e collaboratore ai tempi dei King Crimson Peter Sinfield:”I Believe in Father Christmas“.

Voglio inoltre concludere con una riflessione che dovrebbe in qualche modo aiutarci a guardare, nel limite del possibile, con ottimismo all’attuale contesto musicale, dove i grandi del passato se ne stanno tutti andando:
La scomparsa dei grandi artisti del XX secolo lascia certamente un panorama attuale piatto e desolante, ma lascia anche la grande curiosità agli ascoltatori di scoprire i loro lavori e rispolverare un illustre passato. Tante volte ci capita di additare qualcuno per aver menzionato un artista solo nel momento del suo trapasso, quasi volesse fingersi un esperto fan della prima ora solo per parlare del necrologio del giorno, ma non ci si rende conto della sterilità di questo tipo di affermazione. L’importante, in ultima analisi, è la diffusione dell’arte e della cultura. Ricordare e divulgare l’opera di un artista nel giorno della sua morte è solo un ulteriore modo di farlo.
Quindi, a maggior ragione se non conoscete Greg Lake, andate a scoprirlo. È il miglior tributo che gli si possa, e lo stesso vale per ogni artista scomparso.

Un saluto a tutti, Nicolò Guelfi.

Condividi con #KoinervettiSocial


About Nicolò Guelfi

Sono uno studente di filosofia presso l'Università degli studi di Siena. Mi sono diplomato presso il liceo scientifico "Città di Piero" di Sansepolcro (AR). Appassionato ascoltatore e musicista, spero di poter mettere al servizio dei lettori la mia personale esperienza per aiutare tutti ad approfondire e divulgare la conoscenza della musica "di qualità", perché, parafrasando Oscar Wilde, non ha senso operare altre discriminazioni se non quella tra "musica fatta bene" e "musica fatta male".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *