Nessuno può mettere i Tame Impala in un angolo

Nessuno può mettere i Tame Impala in un angolo

25 Gennaio 2019 Di Elena Del Siena

Nonostante siano trascorsi più di tre anni dalla pubblicazione di Currents, nessuno si è dimenticato dei Tame Impala, o quantomeno dell’ipnotica linea di basso di The Less I Know The Better. Non ci sono notizie certe circa la pubblicazione di nuovo materiale, ma la presenza costante della band come headliner in numerosi festival primaverili, tra cui il Coachella, fa ben sperare. 

“Company’s okay, solitude is bliss”

Sebbene i fan siano in fervente attesa, è giusto che Kevin Parker si prenda tutto il tempo necessario per dare libero sfogo alla sua illimitata creatività. L’australiano è un genio solitario: ama scrivere, suonare e produrre in autonomia tutti i brani. Un perfezionista che durante i periodi di registrazione si concentra così tanto sul lavoro da dimenticare se stesso, “rasentando la follia” come ha ammesso. Un processo che, quasi va da sé, prevede l’uso di droghe. Questo senso di alienazione è il fil rouge delle canzoni contenute nel secondo album, Lonerism, la cui foto di copertina è già una dichiarazione inequivocabile della volontà di separarsi dal resto del mondo (“I don’t need them / They don’t need me / I guess I’ll go home“). Per certi aspetti ci ricorda Kurt Cobain, altro pesce fuori d’acqua, altro artista costantemente frustrato poiché non pienamente cosciente del proprio talento.

I’ve let too much of it slide through my fingers” cantava nell’EP d’esordio (2008) un giovane Kevin che, come molti di noi, ha perso occasioni per paura di commettere un passo falso, andando incontro a critiche e fallimenti. A minare le poche certezze arrivò poi la rottura con la musicista francese Melody Prochet, motivo per cui si era trasferito a Parigi. Ma quel ragazzo introverso ha man mano lasciato spazio ad un uomo maturo che ha accettato l’imprevedibilità della vita, e ora ripete come un mantra “Let it happen“.

Non un genere di rottura ma uno stile sicuramente riconoscibile il suo, a tratti psichedelico a tratti pop: unisce i classici ascolti d’infanzia, come Beatles, Beach Boys e Supertramp, a beat dance e synth più moderni che creano un sound “spaziale”. Musica che suona familiare ma in grado di sorprendere con dettagli inaspettati, frutto di un’ossessiva sperimentazione. Si potrebbe pensare che riprodurre dal vivo layer su layer di strumenti effettati sia difficile, invece ci riesce benissimo, coadiuvato dagli storici compagni Dominic Simper e Jay Watson . Siamo dunque curiosi di sentire i “new sounds” che ha in serbo per noi, come annunciato in un telegrafico tweet di inizio anno. 

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